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    "Pregare è fare spazio nel cuore umano al desiderio buono di Dio per il mondo"

    Nel mondo si moltiplicano le iniziative di preghiera per la pace. Ieri sera il Papa ha consacrato al Cuore Immacolato di Maria, Ucraina e Russia. Un gesto a cui hanno aderito tutte le Chiese locali del mondo, compresa la diocesi di Lugano. Robert Cheaib, teologo libanese, docente all’Università di Lione, viene da un Paese che sa bene, purtroppo, cos’è la guerra e cosa vuol dire supplicare la pace. Cheaib è autore di numerose pubblicazioni teologiche e spirituali, di cui l’ultima Volti della preghiera. Saggio sulle forme della preghiera e sulla lettura spirituale (Tau Editrice, 2022) tratta alcuni temi che affrontiamo in questa intervista. Prof. Cheaib, Dio ama la pace e sa che l’umanità ne ha bisogno. Qual è, allora, il senso di invocarlo per qualcosa che Dio già conosce e vuole? Vorrei partire da una citazione di un monaco del monte Athos che ha detto: «Da quando Dio ha creato il mondo non ha più fatto nulla senza l’uomo ». Si tratta indubbiamente di un’espressione forte che fa riferimento a Genesi 1 e al fatto che l’essere umano è creato come collaboratore di Dio. Qualche autore, anche non teologo, nel Rinascimento, ha affermato che l’uomo è «vicario di Dio nella creazione». Applicare queste parole alla preghiera, significa interpretarla come dialogo con Dio, quindi oltre il senso di richiesta di qualcosa di utile, oltre l’idea della preghiera intesa come domanda. La preghiera è innanzitutto comunione, un dialogo d’amore nel quale i due partner, Dio e l’uomo, rivelano reciprocamente il loro cuore. Per questa ragione, più si va avanti nella vita di preghiera, meno si chiede e più si sta alla presenza di Dio. Gregorio di Nissa dice della preghiera che è «un sentimento di presenza». Qual è il senso della preghiera di domanda? Ritorno al monaco del monte Athos per dire che la preghiera fa spazio al desiderio di Dio nei desideri dell’uomo. Nel Vangelo c’è un cieco che rincorre Gesù per essere guarito e Gesù gli chiede «Che cosa vuoi che io faccia per te?» (Mc 10,51). Gesù sa chi è colui che lo rincorre, e quindi sa qual è il desiderio di costui, eppure lo interroga. Lo fa per fare spazio nel cuore di quella persona alla grazia che chiede. Ed ecco la risposta: «Rabbunì, che io veda di nuovo». Pensiamo ancora all’episodio evangelico del paralitico che viene calato da quattro persone, dal tetto, all’interno della casa di Pietro (Mc 2,1-12). Gesù vede la loro fede e compie il miracolo. Episodi come questi si ritrovano altrove nella Bibbia. In tutti c’è un aspetto comune: Dio ha sempre scelto di operare nella storia in azione con l’uomo, insieme. Pensiamo a quando Dio parla con Abramo perché da Abramo sorga la preghiera di intercessione per Sodoma. Una lettura banale ci fa dire che Abramo è più misericordioso di Dio, invece quella condivisa da cristiani ed ebrei dice che la compassione di Dio vuole inseminarsi nel cuore di un uomo, quindi nel cuore della storia. Questa è la grande sfida che rovescia la prospettiva della preghiera di domanda: chiediamo pace per fare spazio al desiderio di Dio in noi e nel mondo. Dio, quindi, non cala la pace dall’alto? Pensiamo all’assurdità di Putin che vuole liberare gli ucraini da loro stessi, ritenendo questo un bene. Ricordiamo lo scrittore russo Solov’ëv che diceva: «Il bene imposto è il grande male». Dio non impone il bene, ma il bene che Dio vuole donare, deve sorgere dal desiderio dell’uomo. Per questo Gesù è l’intercessore per eccellenza: con un cuore umano prega, usando parole secondo il cuore di Dio. Qual è il senso di aver consacrato Russia e Ucraina che sono due terre già precedentemente consacrate? Nella Bibbia ci sono consacrazioni e riconsacrazioni ricorrenti, perché la consacrazione è una relazione, è un dire «sì» che va rinnovato ogni giorno. La Russia non è la mappa di una nazione ma sono le persone, i politici, la vita del Paese. L’atto di consacrazione è dare piena libertà a Dio verso una realtà. È quello che facciamo -ad esempio- benedicendo. Cristina Vonzun di Cristina Vonzun

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