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    Sentirsi Chiesa che condivide le ferite delle persone vittime di abusi

    Quello degli abusi emersi nella Chiesa in Svizzera in questi giorni è un dramma che parte da lontano con cifre che risalgono agli anni ‘50 e arrivano a noi oggi, consegnandoci non solo la punta dell’iceberg dei 1002 casi ritrovati ma anche i documenti, troppi, tanti, bruciati in Ticino negli anni ‘90 e i numeri mancanti della Diocesi di Lugano che gli esperti di Zurigo denunciano. Non c’è da sottovalutare la situazione, ma da prendere consapevolezza di una cultura e di un fenomeno che non è solo della Chiesa (sappiamo fin troppo bene, tutti quanti, che le percentuali di abusi nella Chiesa sono le stesse di quelle di altri luoghi associativi), tuttavia nella Chiesa ed in questa Chiesa ticinese quanto accaduto pone domande e il fatto che i conti non tornino lascia allibiti e sconcertati. Era un’altra epoca, quella degli anni ‘50, ‘60 certamente per metodi educativi non solo nella Chiesa e per consapevolezza e gestione sociale degli abusi. Gli anni successivi tuttavia ci avvicinano ai giorni nostri e mano a mano che ci avviciniamo, progressivamente possiamo chiederci quale mentalità abbia indotto a nascondere e distruggere. Certo, la mentalità che lo psicologo Dante Balbo descrive (Dante Balbo, psicologo della commissione diocesana abusi: «Rompere il silenzio, superare la cultura clericale» (catt.ch)), quella del cercare di aggiustare le cose in casa con l’aiuto di qualche buona guida spirituale che però davanti ad un fenomeno complesso come l’abuso e la pedofilia andava poco lontano. Aggiustare le cose in casa, sicuramente lo avranno anche pensato coloro che decisero nel 1999 di distruggere completamente 100 anni di documenti, consapevoli che contenevano atti di denunce a preti contro la morale. L’autore anonimo e materiale di questa opera, da un suo biglietto trasmesso nello studio si apprende che lo fece per «misericordia» verso i confratelli al punto che non restò neppure quello che il codice di diritto canonico chiedeva: cioè il sommario dettagliato dei documenti distrutti. Ma perché continuiamo a parlarne? A cosa serve, in fondo, si dirà, i casi emersi sono solo 5 in Ticino (su 100 anni di documenti distrutti però e su altri fatti che la cronaca giornalistica ad esempio riporta e che non sono stati considerati dall’indagine di Zurigo, che per ora ha visitato solo una parte di archivi in Ticino). Può anche darsi che in Ticino non esistano altre vittime, eppure, nel caso ne esistesse anche solo una, ebbene questa persona e il suo dolore hanno diritto e dovere diaccoglienza. L’accoglienza, altro atteggiamento da approfondire. Non c’è una cultura scontata del dialogo e dell’ascolto (vedi: Voci in ambito ecclesiale sull’impatto delle notizie sui casi di abusi nella Chiesa: mettere a tema il dialogo, superare idee riduttive di sessualità (catt.ch)). Soprattutto perché l’ascolto, il dialogo, l’empatia sono in questo caso da esercitarsi nelle nostre comunità in un ambito particolare, con situazioni che richiedono una delicatezza infinita se vogliamo che le povere persone ferite e vittime si palesino in qualche modo non solo agli uffici preposti, ma magari, più semplicemente, forse sussurrandolo alle persone che le sono amiche in parrocchia o all’oratorio. Non è facile questa empatia nel tempo del «poco tempo» che abbiamo già per noi stessi. Ma è necessaria e doverosa per il cristiano. Fa parte del mistero della comunione, la comune unione nel Corpo mistico di Cristo che ci ricorda San Paolo. Un Corpo che soffre nel suo insieme, quando soffre una sola delle sue membra. Non è facile per nessuno fare i conti con le ferite, ma forse vivere tutto questo spiritualmente e concretamente insieme farà riscoprire alla Chiesa in Ticino il senso di essere ancora di più e meglio comunità umana e cristiana. Un po’ come è successo giovedì sera a Giubiasco, nella preghiera e nel dialogo tra la gente e il vescovo Alain. di Cristina Vonzun

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