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    Padre Jean-Paul Hernandez: trovare Dio in tutte le cose a partire dal proprio cuore

    I giovani, l’arte, la via della bellezza,la fede. C’è questo e molto altro nel cuore e nelle parole di padre Jean-Paul Hernandez, gesuita svizzero e docente alla Facoltà teologica dei gesuiti a Napoli. Padre Jean-Paul è un volto televisivo, commentatore in questi mesi del Vangelo della domenica per TV2000 nella rubrica «Sulla strada». È lui l’ospite della Giornata dei giovani cattolici svizzeri che si svolge in questo week-end del 24 e 25 aprile in modalità online. Padre Jean-Paul è all’origine di una sorprendente realtà di nuova evangelizzazione: la «rete» di «Pietre vive» (pietre-vive.org), diffusa ormai in 50 Paesi del mondo e che si definisce una «comunione di comunità giovanili cristiane che annunciano Gesù Cristo, Bellezza della fede, attraverso la bellezza dell’arte sacra».

    Padre Jean-Paul, quale potrebbe essere la proposta della Chiesa per rispondere alla sete di senso e all’irrequietezza esistenziale che le nuove generazioni – e forse non solo loro – mostrano ancora di più ora, in questo tempo del Covid-19?

    «Il cristianesimo non è un analgesico e neppure un cammino di sola riconciliazione con se stessi. Non è neppure la scoperta della fede come se fosse un sistema ideologico che gira attorno alle solite domande “Dio esiste?” oppure “perché la Chiesa?” e via dicendo; neppure è la messa a tema di comandamenti morali. Il cristianesimo è la scoperta di una relazione personale con Cristo che nella Bibbia è molto spesso descritta grazie alla metafora dell’amore umano, nella relazione tra un uomo e una donna che si amano».

    C’entra qualcosa il «conosci te stesso» di Socrate, magari declinato cristianamente?

    «Oggi assistiamo al moltiplicarsi del mondo della meditazione. È un dato molto interessante e bello, ma a volte sono proposte che si riducono ad un incontro con se stessi. La tradizione biblica apre la porta all’incontro con un Altro. Per certi versi è qualcosa di scioccante: un Dio che bussa alla porta del cuore. Il testo dell’apocalisse di San Giovanni dice: “Ecco, io sto alla porta e busso, se qualcuno ode la mia voce ed apre la porta, io entrerò da lui, e cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20). Questa immagine ci fa pensare ad una cena a lume di candela tra due innamorati, con un’intimità insospettata: il massimo della tenerezza in un mondo affamato di sentimento. Non è una risposta a cose concrete ma ad un desiderio talmente intimo, che a volte noi stessi neghiamo di averne bisogno.»

    Quindi si tratta di proporre occasioni di intimità con il Signore. Ma basta questo? I giovani, e con loro tutti noi alla fine, siamo immersi in una realtà che ci sollecita da molte parti…

    «Questo è il primo polo di una proposta. L’altro, direbbe Sant’Ignazio di Loyola, è “cercare di trovare Dio in tutte le cose”. Cosa significa? L’incontro intimo che vivi ti dà quello sguardo illuminato, che sa cogliere la presenza di Dio nella realtà a partire dalle cose che facciamo tutti i giorni: il mangiare, il vestirsi, la tenerezza fisica, il lavorare, lo studiare, come gestire i soldi e via dicendo. Sono esempi che rappresentano dei luoghi dove Dio chiede qualcosa, forse provoca anche, insomma, ci parla».

    Può farci un esempio?

    «Mi piace pensare alle metafore bibliche, all’immagine del Giardino, l’Eden della Genesi. Un’immagine che gli antichi ebrei presero in prestito da Babilonia dove erano stati deportati. Erano i giardini pensili che i sovrani babilonesi ogni volta che si sposavano costruivano come regalo di nozze alla sposa. La cerimonia di nozze prevedeva una passeggiata dei reali nel giardino, mano nella mano. Il re spiegava alla sua sposa, nella forma di dichiarazione d’amore, le diverse piante del giardino. Gli ebrei così hanno riletto la relazione tra Israele e Dio: Dio è questo sovrano che ha costruito un giardino che è la creazione e dietro ad ogni creatura c’è una dichiarazione d’amore. Ogni realtà è una dichiarazione d’amore per noi. Lo sguardo contemplativo sul mondo è questo».

    La Parola di Dio può offrirci chiavi di lettura anche per questo tempo, in cui la bellezza sembra oscurata dalle tenebre del Covid-19?

    «Una grande realtà come l’esilio di Israele a Babilonia forse potrebbe aiutare anche noi a capire questo tempo in cui siamo tutti “esiliati” in forme diverse. Ebbene, se guardiamo alla storia di Israele, è proprio nel tempo dell’esilio che il popolo comprende gli aspetti principali della sua fede: a partire dalla stessa relazione con un Dio di alleanza, un Dio che non è il vittorioso in battaglia ma Colui che ti libera dalla morte. Comprensioni profonde, nostalgia di ritornare alla terra che non è solo Canaan ma che forse potrebbe essere un ritorno ad una terra più grande, importante e definitiva. Insomma per l’oggi è un invito ad una speranza attiva, che pensa al futuro».

    di Cristina Vonzun

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