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  • Concilio Vaticano II, apertura: 11.10.1962

    Una Chiesa che si scoprì viva grazie alla missione dei laici

    di Luigi Maffezzoli*
    Prima del Concilio, il laico era considerato semplicemente colui che non era prete. La condizione laica – come ricordava anche padre Congar – era presentata come una concessione e non era definita in alcun modo. Più precisa invece era quella del chierico (cioè del prete, ma anche del vescovo): «consacrato per predicare il Vangelo, pascere i fedeli e celebrare il culto divino». Un ministero, insomma, centrato sulla celebrazione della messa e della liturgia. C’è poi una terza condizione, quello del monaco: non descritta da una funzione ma da uno stato di vita.

    Una Chiesa che cambia

    Dopo il Concilio, la definizione si ribalta: i laici – si è detto – sono tutti i fedeli, ad esclusione dei membri dell’ordine sacro (il clero) e dello stato religioso (frati e suore, monache o monaci). Insieme compongono l’intero Popolo di Dio, dove la condizione comune è l’essere battezzati, e quindi partecipare tutti alla funzione sacerdotale, profetica e regale di Cristo. Donne comprese, naturalmente. Il Concilio lo precisa, quando inizia a descrivere i laici. Poi però, proseguendo nella lettura del testo, spesso ci si dimentica dell’altra metà del cielo.
    Con una semplificazione un po’ eccessiva, giusto per rendere l’idea, potremmo dire che: ai preti competono solamente le questioni liturgiche e di culto, mentre tutto il resto è affidato ai laici. Tutto il resto: la scuola, la sanità, il lavoro, la cultura, il divertimento, la politica, il tempo libero, la famiglia, la scienza, la comunicazione, la costruzione della pace e l’esercizio della giustizia. Tutto deve essere evangelizzato. E loro, i laici battezzati, non agiscono per conto proprio, ma in nome dell’intero Popolo di Dio. Per usare una felice espressione del Concilio stesso, la Chiesa non può essere presente nel mondo se non per mezzo dei laici, così come «molti uomini non possono udire il Vangelo e conoscere Cristo» se non grazie a chi sta loro vicino. Un compito da far tremare i polsi. E del quale, spesso, proprio i laici non ne sono pienamente consapevoli.

    La teologia dei laicato

    Cosa rimane oggi, a sessant’anni dall’apertura dell’assise ecumenica, di questa consapevolezza che aveva ribaltato secoli di condizione laicale subalterna e sottomessa per trasformare i laici in protagonisti e annunciatori del Vangelo con la loro vita?
    Una prima considerazione riguarda proprio la valorizzazione dei laici – uomini e donne – all’interno della Chiesa. La centralità della persona (il “laico battezzato”) e il suo insostituibile compito nel mondo sono stati ridotti ad una categoria (il “laicato cattolico”) che diventa indistinto soggetto al quale riferirsi da parte della gerarchia. Più facile parlare genericamente di laicato cattolico, riferendosi ad una componente minoritaria e militante di battezzati, piuttosto che valorizzare le qualità, le vocazioni, i talenti, le competenze dei singoli laici e delle singole laiche, con nome e cognome, che vivono sul territorio e annunciano il Vangelo nella loro quotidianità.
    Il generico riferimento al “laicato” (termine che il Concilio non usa mai) come categoria si è poi trasformato e ridotto a materia di studio in campo teologico, esaurendosi fino al punto di far dire (in un lavoro di dottorato presentato alla Facoltà di teologia di Lugano) che è il momento di congedarsi dalla teologia del laicato per lasciar posto al cristiano laico testimone.
    Una seconda considerazione riguarda proprio la consapevolezza che i laici stessi hanno del proprio ruolo e del proprio impegno nel mondo, in forza del battesimo. Sembra quasi che si sia abdicato al compito preziosissimo di essere sale e lievito nella società. Oggi forse bisognerebbe ritrovare l’entusiasmo dei primi decenni postconciliari, dove la presa di coscienza di ciò che i testi indicavano ha fatto crescere, attraverso lo studio, la formazione, il confronto reciproco, una generazione di uomini e donne al servizio della Chiesa. E questo vale anche per il clero.

    Cresciuti a «pane e Concilio»

    Non so bene come il Concilio venga insegnato oggi nei seminari. Ma dallo sguardo sperduto di alcuni preti che incontro quando cito alcuni passi conciliari, ho la netta sensazione che non vi sia un grande approfondimento della quindicina di documenti che lo compongono. Noi, che in Azione Cattolica siamo cresciuti nutriti a «pane e Concilio», che conosciamo a menadito i quattro pilasti che riguardano il nostro impegno di laici nel mondo (Apostolicam actuositatem, Lumen Gentium, Gadium ed spes e Ad Gentes), ci accorgiamo come questo magistero di carta non sia diventato magistero di carne, magistero incarnato.

    *presidente dell’Azione Cattolica Ticinese

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