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    Abusi, lo psicologo: “Il Papa ha liberato le vittime dalla paura”

    La tolleranza zero affermata pubblicamente dal Papa, ha aiutato molte vittime di abusi a liberarsi dalla paura, tante persone sono state spinte anche così a superare la vergogna o il senso di colpa. È per altro frequente il caso in cui, gli abusi sui minori, non vengono alla luce per timori e resistenze di tipo culturale o ambientale, per l’incredulità degli adulti, per paura. E si tratta di una casistica diffusa nelle storie di pedofilia, non solo nella Chiesa ma anche nelle famiglie e all’interno di altri istituzioni educative. A spiegare i diversi aspetti di un problema che riguarda la società nel suo insieme, è Giovanni Ippolito, direttore tecnico e capo psicologo della Questura di Foggia, che ha preso parte al seminario promosso il 23 marzo scorso dall’Università Gregoriana, dal Centro per la protezione dei minori dello stesso ateneo e dalla Pontificia Commissione per la tutela dei minori, sulle politiche di tutela nelle scuole e nelle famiglie.

    Un evento internazionale durante il quale si è sentita la voce di esperti di varie parti del mondo, di cardinali, di religiosi impegnati nel contrasto agli abusi dentro e fuori la Chiesa. Per l’Italia è intervenuto lo psicologo della polizia Ippolito che ha riferito sulla sua esperienza concreta e impegnativa, maturata sul campo nel contrasto alla pedofilia, alla pedo-pornografica via Internet, alle violenze anche di carattere psicologico sui minori. Fra l’altro nel 2010, la Questura di Foggia e la diocesi, all’epoca il vescovo era monsignor Francesco Pio Tamburrino, firmarono un protocollo d’intesa per collaborare su questi temi, e in special modo sulla prevenzione e sulla formazione per catechisti insegnanti, parroci, genitori. Perché, spiega Ippolito, l’abusatore, il pedofilo, può trovarsi ovunque si trovino i bambini, per questo la strategia è stata quella di collaborare in primo luogo con scuole, oratori, centri sportivi, ovvero con quelle “agenzie educative” dove si aggregano bambini e ragazzi. Il protocollo è solo una piccola goccia nel mare, un’esperienza ancora troppo isolata nella penisola e ormai vecchia di qualche anno, eppure rappresenta il segno che qualcosa si può fare, lavorando soprattutto nel campo della prevenzione.

    Nel frattempo, il contesto è cambiato: si moltiplicano ovunque nel mondo e da qualche tempo anche in Italia, i casi in cui, pure a distanza di decenni dai fatti, le vittime parlano, denunciano, raccontano e i media riportano queste storie; un fatto che può produrre cambiamenti importanti. «Sicuramente tutte le notizie che escono su questa vicenda – spiega Ippolito a Vatican Insider - contribuiscono a riaprire le ferite delle vittime e in alcuni casi a farle diventare insostenibili, quindi a identificarsi con altre vittime che si sono finalmente aperte senza vergogna, superando l’imbarazzo, e quindi a raccontare quello che è successo». In tal senso «l’idea che altre persone sono riuscite a compiere questo passo e in qualche modo anche ad essere ascoltate, ha aperto delle possibilità. L’attività di prevenzione poi, aiuta; tutte le volte che parliamo con insegnanti, educatori, catechisti c’è qualcuno che ci dice ’ma io ho percepito questi segnali’». In generale «c’è un’apertura maggiore e quindi le vittime trovano coraggio e provano a interagire con qualcuno che li possa aiutare, sia sul piano legale che su quello psicologico, perché quando si sentono racconti che appartengono anche al vissuto personale, la sofferenza riesplode, possono certo insorgere rabbia frustrazione, ma inducono anche a parlare».

    Omertà, silenzio, paura: spesso queste sono le parole legate ai casi di abuso. «Il problema è generale – afferma Ippolito - se di questi fatti sono responsabili persone che hanno un’influenza come un insegnate, un parroco, un genitore, diventa difficile per le vittime parlare. Anche perché da parte dell’adulto che riceve invece la confidenza dell’abuso subito, spesso c’è incredulità e questa soffoca la voglia del bambino di parlare. Di fronte all’incredulità, che è un dato culturale legato all’ambiente, la vittima si frena, pensa “forse sto sbagliando” , “ho interpretato male”, si chiede: “È mai possibile che un prete, un insegnante un genitore possa fare queste cose?”. È molto difficile quindi, anche accogliere il racconto della vittima tanto più se ci sono dei limiti culturali forti ad accettarlo». «Ovviamente – aggiunge - da parte di alcune agenzie educative c’è anche il desiderio di coprire lo scandalo e di trovare soluzioni interne, e quindi ci potrebbe essere una spinta a risolvere la questione senza arrivare a una denuncia».

    Tuttavia, afferma ancora Ippolito, «oggi c’è una maggiore apertura sotto questo punto di vista e se il Papa stesso parla di tolleranza zero, allora anche la vittima, la famiglia, riceve un segnale fortissimo, un aiuto, nessuno può rimanere impunito. Mentre prima c’era l’idea che alcune persone non potevano essere punite perché era impossibile che ciò avvenisse, c’era un rifiuto e una negazione di quanto stava succedendo».

    L’esperienza di Foggia nell’ambito della tutela per l’infanzia è particolare, anche in rapporto alla Chiesa. «Noi per fortuna – rileva ancora lo psicologo della polizia - già nel 2010 abbiamo fatto un protocollo con la diocesi di Foggia, credo che sia stato il primo, per il quale noi ci impegnano a formare gli educatori, a incontrare i bambini negli ambienti ecclesiastici e nelle parrocchie, e abbiamo fatto questo percorso che è stato molto utile».

    «Devo dire – aggiunge - che all’inizio c’era un po’ di difficoltà a comprendere i meccanismi da mettere in atto, ma noi abbiamo trovato nella diocesi di Foggia, all’epoca c’era il vescovo Tamburrino, una disponibilità a partecipare a questo programma tanto che si firmò un protocollo nel 2010 (nel quale fra le altre cose le due istituzioni si impegnavano a collaborare attraverso corsi di aggiornamento per educatori per formarli ad una corretta discriminazione dei segnali di disagio dei minori, riconoscere precocemente gli indicatori psicologici negli abusi all’infanzia, comprendere i pericoli della rete. E così sette anni fa abbiamo iniziato a fare questo lavoro. Avevamo già cominciato con le scuole e abbiamo creduto giusto farlo anche con le parrocchie perché dovevamo raggiunger più bambini possibile e i bambini frequentano la scuola e le parrocchie». Le emergenze poi cambiano col tempo, ora l’impegno della polizia è rivolto soprattutto al bullismo e al cyber bullismo, fenomeni in crescita e che destano allarme sociale.

    (Francesco Peloso / Vatican Insider)

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