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    Amore e spiritualità nel "Cantico dei Cantici". Una lettura di Gilberto Isella

    di Gilberto Isella

    Un testo poetico tra i più problematici mai apparsi sulla terra – ma suggestivo di primo acchito – è sicuramente il Cantico dei Cantici, accolto nell’Antico Testamento in quanto libro sapienziale. Attribuito da principio a re Salomone (alcuni versi citano il suo tempio) in realtà ne ignoriamo l’autore. Speculazioni d’ogni genere, anche esoteriche, si sono avvicendate nei secoli su di esso. Origene lo esaltava a chiare lettere: «Il più beato è colui che canta il Cantico dei Cantici».
    Pico della Mirandola, da parte sua, lo riteneva simbolo di un’idea di bellezza e alta spiritualità. A prescindere dalla tensione metafisica che lo anima, il Cantico è uno stupendo libro d’amore, e come tale costituisce una fonte inesauribile per la letteratura a venire. Sul piano allegorico, gli esegeti ebraici interpretano il poema
    come l’amore di Dio verso il popolo di Israele, mentre quelli cristiani vi ravvisano le nozze di Cristo con la Chiesa nel mistero dell’incarnazione.
    Suddiviso in otto capitoli comprese le appendici, il Cantico si presenta in forma dialogica. Un uomo, Salomone, e una donna, la Sulammita, che all’inizio vedevamo soffrire per la lontananza del diletto, si scambiano lodi e complimenti lusinghieri: «La mia amata è per me un giglio tra i rovi» o «Il mio diletto è un piccolo sacco di mirra che si posa sul mio seno». Si tratta di entusiastiche effusioni amorose in attesa delle nozze, nel nostro caso un connubio amoroso e al contempo di impareggiabile intensità spirituale. Ricorrente è anche l’autoelogio espresso tramite figure, come quando la sposa dichiara «Io sono un fiore di narciso della pianura di Saron, un giglio delle valli».
    Disgiungere i due aspetti dell’amore, carnale e spirituale, qui tenuti saldamente uniti, sarebbe dunque sbagliato. È infatti un eros senza aggettivi ad animare in profondità la vita, che il Cantico celebra in modo incondizionato, cogliendola entro una totalità cosmica policroma attraversata dal divino. Grazie a un numero impressionante di similitudini e metafore, l’essere umano pare identificarsi con il mondo sia organico che inorganico (almeno in apparenza). Scenari per così dire edenici, popolati di animali e piante di varia specie, catturano il nostro sguardo. Vi individuiamo lo sposo-pastore. La sposa, quanto a lei, ci viene incontro con le sembianze di un gregge raccolto nella chioma: «I tuoi capelli sono come un gregge di capre». Impossibile sfuggire al fascino di ritratti così ricchi d’immaginazione, in un tripudio di corrispondenze.

    "Il mio diletto è bianco e rosso"

    Il mio diletto/ è bianco e rosso:/ si distingue tra mille./ Il suo capo è oro puro,/

    I suoi riccioli/ sono grappoli di palme,/ neri come il corvo./ I suoi occhi di colombe/ sulle rive di ruscelli./ I suoi denti/ sembrano lavati nel latte,/ incastonati in preziosi anelli./ Le sue guance/ sono come aiuole di balsamo,/ con bordi di erbe aromatiche./ Le sue labbra sono gigli/ e stillano mirra colata./ Le sue mani sono/ verghe d’oro/ tempestato di gemme rare./ Il suo petto è una statua d’avorio,/ tutta adorna di zaffiri./ Le sue gambe sono colonne di marmo/ posate su basi d’oro fino.

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