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  • La cappella di Saint-Christophe a Crans era gremita il 4 gennaio 2026

    Crans-Montana nel dolore: la Chiesa si stringe alle vittime dell’incendio di Capodanno

    Crans-Montana si è fermata in silenzio e preghiera. Nella cappella di Saint-Christophe, gremita fino all’inverosimile, il vescovo di Sion Jean-Marie Lovey ha presieduto una messa in suffragio delle vittime del devastante incendio di Capodanno, che ha sconvolto la Svizzera e l’Europa intera.

    Questa mattina, 4 gennaio 2026, mentre centinaia di persone seguivano la celebrazione dall’esterno, Mons. Jean-Marie Lovey ha guidato una liturgia segnata da un clima “solenne e cupo”, ma attraversata dal filo della speranza cristiana. Accanto a lui hanno concelebrato Mons. Charles Morerod, presidente della Conferenza episcopale svizzera, Mons. Joseph Maria Bonnemain, vicepresidente della CES, Mons. Alain de Raemy, Vescovo della Gioventù e l’abate di Saint-Maurice, Mons. Alexandre Ineichen.

    Alla celebrazione erano presenti anche rappresentanti della Chiesa riformata: il pastore Guy Liager, il presidente del Consiglio sinodale vallesano Stephan Kronbichler e il presidente del Sinodo svizzero Gilles Cavin, a testimonianza di una comunione ecumenica nel dolore. Il coro parrocchiale di Chermignon ha accompagnato la liturgia, seguita da una marcia silenziosa che ha visto la partecipazione di diverse decine di persone.

    “Alzate gli occhi”: la luce nella notte

    Nell’omelia, il vescovo Lovey ha richiamato il profeta Isaia: «Alzate gli occhi e guardate: tutti si radunano, vengono a voi». Un’immagine che ha applicato a Montana, divenuta improvvisamente centro dell’attenzione mondiale. «Sopra l’oscurità che copre la terra – ha detto – il profeta vide sorgere una luce. Rinnoviamo la nostra fede che proclama che l’umanità non è fatta per la notte, la morte e l’oscurità più profonda».

    Rifacendosi al Vangelo dei Magi, il vescovo ha riconosciuto lo smarrimento della comunità: «Il nostro turbamento deriva dalla tragedia di questo terribile incendio». Ma ha invitato tutti a diventare “custodi di luce”, in un momento in cui «è insopportabile per tante famiglie rimanere nell’oscurità della sofferenza e dell’insensatezza».

    Un ringraziamento particolare è stato rivolto ai soccorritori, ai sanitari, alle forze dell’ordine e alle autorità: «Con professionalità e grande generosità apportano elementi che ci aiutano, a poco a poco, a vedere più chiaramente». Tuttavia, ha aggiunto, la luce decisiva «viene da altrove: è Dio sul nostro cammino».

    Oro, incenso e mirra: i doni di ciascuno

    Il cuore dell’omelia si è concentrato sull’immagine dei doni dei Magi. «Ognuno di noi possiede le sue riserve di oro, incenso e mirra», ha affermato Mons. Lovey, invitando a riversarle davanti a Dio, che «non è altrove che dove soffre un bambino di questa terra». Un appello concreto alla compassione e alla vicinanza verso le famiglie colpite.

    Il vescovo ha concluso con un invito esigente: «Non possiamo tornare alla nostra vita quotidiana senza accogliere nella nostra compassione tutti coloro che sono stati colpiti dalla tragedia». Come i Magi, anche la comunità è chiamata a «tornare per un’altra via».

    La vicinanza del Papa

    La vicinanza della Chiesa universale non è mancata. Dopo l’Angelus del 4 gennaio, Papa Leone XIV ha espresso pubblicamente la sua solidarietà: «Desidero esprimere ancora una volta la mia vicinanza a tutti coloro che soffrono a seguito della tragedia di Crans-Montana». In un telegramma inviato al vescovo di Sion, il cardinale Pietro Parolin ha assicurato che il Papa «prega il Signore di accogliere i defunti nella sua dimora di pace e di luce e di sostenere il coraggio di coloro che soffrono nel cuore o nel corpo».

    La messa di Crans-Montana non è stata solo un rito di suffragio, ma un segno forte di comunione, fede e responsabilità. In un dolore che segna profondamente la comunità, la Chiesa ha indicato una via: custodire la luce, condividere la compassione e non tornare alla vita di prima senza portare con sé il volto di chi soffre.

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