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  • Luogo del grave incendio scoppiato a Crans-Montana COMMENTO

    Perché la strage di Capodanno mette l'intera Svizzera alla prova

    di Francesco Muratori

    Ciò che è accaduto a Crans-Montana non può restare confinato alla cronaca, anche per il “sistema” svizzero. È uno di quei traumi che interrompono la quiete, e finiscono per tenere insieme il Paese attorno a un dolore riconoscibile da tutti, oltre le frontiere tra lingue, cantoni e appartenenze religiose. In una cultura dove la riservatezza è quasi una seconda natura, il lutto raramente diventa spettacolo: prende forma nei segni piccoli e concreti, nelle candele accese, nelle porte delle chiese lasciate aperte, nei silenzi che si condividono.

    A fare comunità non è l’emozione esibita, ma la presenza: un “sono qui” discreto, che non invade e non pretende di dare spiegazioni. La portata del dramma ha superato rapidamente il Vallese e ha fatto emergere un bisogno collettivo di raccoglimento che, in Svizzera, difficilmente assume toni pubblici. Eppure è proprio il clamore a rendere più profondo l’accaduto: la notizia rimbalza nelle redazioni, nei municipi, nelle famiglie che cercano parole adeguate per nominare l’inimmaginabile senza ridurlo a formule o a un conteggio di vittime e feriti. Qui si inserisce il messaggio della diocesi direttamente colpita. «Questa tragedia – dice il vescovo di Sion, Jean-Marie Lovey – la stiamo vivendo insieme». E suggerisce anche un modo concreto di stare vicini: «C’è ora la necessità di riunirci, anche senza dire nulla, anche solo per guardarsi negli occhi».

    È la frase di un pastore, ma risuona anche come un tratto tipicamente svizzero: prossimità senza enfasi, vicinanza senza invadenza. Per la Svizzera la tragedia è anche uno specchio: mostra quanto sia fragile l’equilibrio tra efficienza e vulnerabilità, tra l’idea di controllo che spesso accompagna la vita pubblica e la realtà di eventi che sfuggono a ogni previsione. Ricorda che la coesione nazionale, qui, raramente nasce da grandi parole o da gesti dimostrativi, ma da una fiducia quotidiana nelle istituzioni e in chi si mette al servizio degli altri, e da una solidarietà che si esprime senza pubblicità. E, soprattutto, riporta al centro un’evidenza semplice: al di là delle differenze linguistiche e culturali, esiste un “noi” che si riconosce quando il dolore interrompe la routine e costringe tutti, anche solo per un momento, a fermarsi. Nei momenti di shock collettivo, la Confederazione mostra una caratteristica che la distingue: un rispetto quasi radicale per la sfera privata, soprattutto quando la ferita è familiare, intima, irreparabile. Anche la fede, quando affiora nello spazio pubblico, tende a rimanere una scelta personale.

    La diocesi di Sion si muove su questa linea: offrire un riparo nel raccoglimento più che nella retorica. A questa “grammatica” del lutto si sovrappone un interrogativo che riguarda molte comunità alpine: come continuare a vivere la montagna senza trasformare la normalità turistica in una rimozione. Persino il dettaglio stonato che poche ore dopo “c’erano le code agli impianti di risalita” diventa eloquente: non tanto cinismo, quanto lo scarto inevitabile tra la normalità che insiste e la tragedia che la interrompe. E anche il tema della sicurezza non è soltanto tecnico o giuridico: diventa una forma di cura. Informazioni chiare, prudenza, rispetto per soccorritori e personale sanitario. Anche qui riemerge un’abitudine nazionale a diffidare delle certezze assolute e a preferire un’etica del limite: ammettere che non tutto è controllabile ma che molto dipende da una responsabilità condivisa.

    La dimensione pubblica del dolore, del resto, non passa solo attraverso cordogli “di rito”. Passa anche dalla scelta di parlare presto, perfino «senza avere ancora le risposte a tutte le domande», come hanno spiegato le autorità vallesane, per lanciare un messaggio. È un modo di riconoscere la ferita senza fingere una gestione perfetta, e di ammettere la pressione sul sistema di soccorso e su quello sanitario. In un Paese attraversato da divisioni, più o meno apparenti, quotidiane, regioni linguistiche, culture politiche, appartenenze confessionali e non, una tragedia di questa grandezza crea un terreno comune che non chiede un accordo per forza ma una condivisione per necessità. Lo si vede nella solidarietà richiamata dallo stesso Lovey, nel ringraziamento per la risposta rapida e coordinata, e nella eco che supera i confini locali: trasferimenti di feriti, aiuti offerti, disponibilità spontanee. Come se, davanti all’inimmaginabile, la Svizzera ritrovasse per un momento il suo linguaggio più unitario: quello della vicinanza concreta, della responsabilità, del rispetto, del non-isolamento.

    fonte: avvenire.it

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