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    Il mosaico svizzero del dolore alla Messa per le vittime di Crans-Montana

    di Francesco Muratori

    La geografia cristiana svizzera assomiglia a un mosaico: molte tradizioni, lingue e appartenenze convivono fianco a fianco, spesso nella stessa città e nello stesso quartiere, senza però fondersi in un’unica «Chiesa nazionale». In questi giorni la frammentazione si è trasformata in una rete di vicinanza, messaggi comuni e preghiere incrociate, mentre il Paese prova a reggere l’urto della tragedia di Capodanno a Crans-Montana. Lo farà anche oggi, alle 10 nella chiesa della località alpina, con la Messa concelebrata dal vescovo di Sion, Jean-Marie Lovey, e dal presidente dei vescovi svizzeri Charles Morerod, presenti i responsabili delle altre Chiese cristiane elvetiche. In Svizzera non esiste un solo volto del cristianesimo ma una costellazione di comunità: cattolici, riformati, evangelici di diversa matrice, ortodossi delle diaspore, anglicani e piccole realtà indipendenti, spesso radicate nelle migrazioni e nella mobilità interna fra cantoni. È una storia fatta di confini confessionali, ma anche di scambi quotidiani: un Paese plurale per costituzione culturale, dove la fede segue spesso la lingua (tedesco, francese, italiano) e la storia locale più che una linea uniforme. Questa frastagliatura non è solo statistica: è un modo di stare sul territorio. Le comunità sono disseminate e «a misura di valle», con identità forti e una capacità di prossimità che diventa decisiva quando esplode un’emergenza.

    Il Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec/Wcc) in questa tragedia agisce come «cassa di risonanza» e ponte tra confessioni: non sostituisce le Chiese locali ma dà voce a una solidarietà cristiana globale e la indirizza sia alle comunità colpite sia alle istituzioni svizzere. In due lettere distinte il segretario generale Jerry Pillay ha infatti inviato condoglianze «alle Chiese di tutta la Svizzera» e, parallelamente, alle autorità federali, scrivendo alle comunità: «Non siete soli. Persone in tutto il mondo pregano per voi, piangono con voi e vi sono accanto in segno di solidarietà», e al presidente della Confederazione elogiando «l’impegno del vostro governo per alleviare la sofferenza» e per garantire cure a chi è ricoverato.  È qui che il mosaico mostra la sua seconda faccia: le tessere restano diverse ma possono comporre un’immagine comune quando i tempi chiamano. Lo si è visto dopo la notte di Capodanno a Crans-Montana, dove il dolore ha travalicato etichette e confini ecclesiali. La tragedia funziona da colla fra tradizioni diverse: non cancella le differenze ma le orienta verso un’unica direzione, quella dell’accompagnamento.

    Nella stessa comunicazione Pillay invita anche a cercare una forza comunitaria nel lutto: «Possiate trovare forza e conforto gli uni negli altri, e possano i ricordi dei vostri cari diventare una fonte di luce e di pace nei difficili giorni che vi attendono». È un lessico che appartiene al registro ecumenico contemporaneo: il dolore non diventa terreno di disputa ma luogo di incontro. Si è fatta sentire anche la Chiesa evangelica riformata: la presidente Rita Famos ha dichiarato che «i miei pensieri e le mie preghiere sono con i familiari, con i feriti e con coloro che si prendono cura delle persone colpite e stanno affrontando la crisi». Anche qui ritorna un tratto tipico del cristianesimo svizzero: la pluralità non impedisce una grammatica comune nelle ore più buie, fatta di preghiera, cura e ringraziamento per chi soccorre. Sul versante cattolico, tra le altre, la Diocesi di Lugano ha diffuso una nota in cui l’amministratore apostolico, monsignor Alain de Raemy, si dice «profondamente colpito e rattristato» insistendo su cordoglio e solidarietà, ma soprattutto sulla prossimità concreta: la diocesi «assicura la vicinanza di tutti, con il pensiero e con la preghiera, alla popolazione e alla comunità colpita», con un’attenzione particolare «agli abitanti del settore pastorale di Crans-Montana e del Vallese, ai loro parroci e al loro vescovo». C’è spazio anche per un ringraziamento esplicito «a tutti gli enti di primo intervento e alle persone che sono accorse in aiuto», quasi a sottolineare che nel mosaico svizzero la risposta spirituale e quella civica camminano spesso insieme. In controluce, la tragedia dei giovani mette alla prova un Paese abituato a vivere di pluralità. Ma proprio perché le Chiese sono tante e «distribuite», possono anche attivarsi in modo capillare: una veglia in una località, un messaggio in un’altra, una rete di contatti e ministeri che si parlano pur restando diversi. Il cristianesimo svizzero resta un arcipelago, ma quando l’onda arriva le isole si cercano.

    fonte: avvenire.it

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