La notte che dovrebbe inaugurare l’anno con promesse e speranze si è trasformata in una tragedia a Crans-Montana. Un incendio scoppiato durante i festeggiamenti di Capodanno nel locale Le Constellation ha causato decine di vittime, colpendo in gran parte giovani. Una strage che interroga non solo le responsabilità, ma il senso stesso della vita e del nostro modo di abitarla.
Il desiderio di vivere, spezzato
Era una festa. Era vacanza. Era Capodanno. Chi aveva 16, 20 o 25 anni era lì per una ragione semplice e universale: «a quell’età si vuole vivere». Non si fanno calcoli, non si pensa al futuro, non per superficialità ma perché «la giovinezza è il tempo del presente, della vita viva».
Morire in quel contesto non è solo un fatto di cronaca nera. È una rivelazione brutale: «più il desiderio è grande, più siamo fragili; più la sete di vita è intensa, meno ne siamo padroni». La tragedia di Crans-Montana racconta una verità che spesso rimuoviamo: nessuno è proprietario della propria esistenza.
Ospiti di una vita che non controlliamo
«Siamo ospiti di una domanda che non è nostra», di una spinta che ci porta a cercare, a rischiare, talvolta anche a stordirci. Crans-Montana ci ricorda che «nessuno può decidere sull’esistenza», che la vita è fragile, esposta, sempre in bilico. Non per questo priva di senso, ma proprio per questo preziosa.
La tragedia irrompe all’inizio dell’anno, nel tempo dei buoni propositi e della festa. Ma il dramma non è estraneo alla felicità. «C’è sempre spazio per un’ombra in ogni giorno felice», perché è proprio l’ombra a rendere visibile la luce.
In queste ore, quella luce si è manifestata nella solidarietà concreta: «la gara silenziosa tra soccorritori, ospedali, governi», nel prendersi carico di ogni dettaglio, di ogni ferito, di ogni famiglia colpita. Un segno che, anche nel buio, il bene continua a farsi strada.
Il fuoco e il limite dell’amore
Il fuoco è l’immagine più terribile e più vera di questa tragedia. «Tutto prende, tutto brucia». Anche i corpi. Anche gli affetti. Di fronte al fuoco emerge una verità difficile da accettare: «non esiste un amore che possa difendere da tutto».
L’amore ha confini. Anche quello dei genitori. Pensarsi onnipotenti significa prepararsi a soccombere. Per questo «non ha senso cercare colpevoli per placare il dolore» né lasciare che le famiglie si sentano responsabili di ciò che nessuno avrebbe potuto controllare.
Crans-Montana può restare una “strage di Capodanno” destinata a sbiadire nelle cronache, oppure diventare «un incontro impressionante con una verità dimenticata»: la vita è un dono, non una proprietà.
Tutto ciò che siamo e che abbiamo «ci è affidato in prestito». Va custodito con saggezza, finché il Mistero di Dio lo consente. Sapendo che, prima o poi, tutto viene restituito. Anche ciò che amiamo di più. Anche la vita. Anche i figli.
fonte: ilsussidiario/agenzie/catt.ch