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    Crisi, crolli, credenze e credo

    Di fronte ai “cambiamenti globali” in atto (sociale, sanitario e climatico), l’incertezza sul futuro è spesso colmata dal ricorso a spiegazioni fondate sul ricorso a nuove credenze collettive-individuali in opposizione alla scienza. Un fenomeno da non sottovalutare che necessita un ambito di dialogo adeguato.

    A mio avviso tra le altre e molte fragilità strutturali e non, questa pandemia sta servendo da pretesto per una corrente di pensiero dalle molte facce e sfumature - come molti altri fenomeni di questi ultimi venti anni - ma accomunato e interpretabile da un dato di fatto. Ovvero che le Fedi storiche-tradizionali stanno lasciando in parte il posto a credenze-private e/o di piccoli-grandi gruppi, che mancano però dell’autoriflessione critica e ragionevole (in termini di filosofia delle Religioni, Teologia, Metafisica…) e causano quindi non pochi problemi psicologici e d’identità a chi vi si accosta.

    Che “dio sia morto” interessava a ben pochi e si è dimostrato comunque uno degli errori più madornali della Comunità scientifica mondiale, ma se il conflitto tra Scienze naturali e Fedi risulta ormai ampiamente superato, sembra aprirsi ora quello tra ragione e credenze. E questo costituisce una sfida maggiore per la Politica, per la Democrazia, per le scienze e per la salute pubblica in generale.

    Forse sarebbe utile ricordare a questo punto il fatto che filosofi contemporanei accreditati, come ad esempio Kurt Gödel (1906-1978) e il professore di Filosofia della Scienza Gianfranco Basti (1954- ) della Pontificia Università Lateranense (PUL), hanno decretato ormai da decenni la morte scientifica dello “scientismo”. Detto in altre parole: di fronte alla paura della morte (prime ondate pandemiche) e a quella dell’impoverimento (seconde ondate) si ha sempre più bisogno di credere in qualcosa e laddove le Religioni sono ritenute “fiabe per i bambini” e causa di tutti i mali (dalle guerre al terrorismo) e la scienza una serie di “opinioni di persone senza particolari competenze e vendute a Big pharma”, si finisce col credere in qualsiasi cosa.

    Lo psicoanalista britannico Wilfred R. Bion (1897-1979) parlava dell’essere umano come di un essere che oscilla costantemente tra bisogno di Salvezza, Sicurezza e Speranza: le tre “S”. Mosso da assunti di base prevalentemente inconsci provenienti dalla interazione nei vari gruppi, nella persona si determinano continuamente risposte di tipo Attacco-Fuga, Dipendenza e Accoppiamento.

    Di fronte al “cambiamento catastrofico” in atto (sanitario e climatico), sono sempre più convinto che l’incertezza del futuro venga colmata da previsioni a volte catastrofiche a volte trionfalistiche, quella delle cause caoticamente deterministiche, complesse e non-lineari con spiegazioni semplicistiche e antropocentriche: il complotto, il laboratorio cinese, il Forum economico mondiale o Bill Gates.

    Qualsiasi credenza sembra essere in grado attualmente di colmare questa profonda ferita narcisistica in una società che per decenni ha coltivato l’individualismo, l’autonomia e una certa qual onnipotenza.

    Una riflessione sulle nuove credenze collettive-individuali e il loro rapporto con la scienza, impone un ulteriore approfondimento su un punto in particolare.

    Tacciare per esempio di “superstizione” tutto il mondo para-scientifico non coglie nel segno, a mio avviso, e polarizza ciò che invece è urgente venga integrato, almeno dove possibile.

    Fedi e credenze (pseudo)-religiose-para-scientifiche devono dialogare per un futuro possibile democratico e universale (termine migliore rispetto a “globale” e “gLocal”). L’urgenza socio-politica la si è già vista con il terrorismo, ma anche con il clima. Queste due ultime crisi - non cito le altre perché meno attinenti al nostro tema - ovviamente non appartengono certo al passato, anche se oggi sembra esserci solo quella sanitaria occidentale.

    Credo infatti che solo la Psicologia, la Filosofia e la Teologia hanno gli strumenti per riflettere sulle credenze e dare loro una forma ragionevole (non solo razionale) e quindi scientifica. Tacciare semplicemente il fenomeno di superstizione (quando non di delirio, stupidità, ecc.) ci può stare in singole situazioni, tuttavia non porterebbe da nessuna parte. Mentre affrontare il dialogo tra queste ultime e le prime tre potrebbe aiutarci non poco a gestire la crisi della scienza e specialmente di tanta sua comunicazione democratica (democratica la scienza non è, ma la comunicazione sì, eccome) in cui ci stiamo impantanando ad una velocità sempre maggiore.

    di Nicola Gianinazzi *

    * teologo e filosofo, è psicoterapeuta psicoanalitico e formatore accreditato a livello federale e lavora come indipendente nei suoi studi di Lugano e Bellinzona. Dal 2008 è membro per la Svizzera italiana del comitato dell’Associazione Svizzera delle Psicoterapeute e degli Psicoterapeuti (ASP) occupandosi di politica professionale. È autore di diversi saggi sul counseling e sulla psicoterapia intesa come libera professione interdisciplinare.

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