di Cristina Uguccioni
Il 27 gennaio si celebra il Giorno della Memoria a ricordo delle vittime della Shoah. Tra loro vi era anche una giovane ebrea olandese, nata nel 1914, che mori ad Auschwitz nel novembre 1943: Etty Hillesum. Benedetto XVI, ricordando a tutti che «la grazia di Dio è al lavoro e opera meraviglie nella vita di tante persone», parlò proprio di lei e del suo incontro con Dio, un incontro che la trasformò in una donna piena di amore operoso e di pace interiore, capace di affermare «Vivo costantemente in intimità con Dio» e di pregare così: «Signore fammi vivere di un unico, grande sentimento – fa’ che io compia amorevolmente le mille piccole azioni di ogni giorno, e insieme riconduci tutte queste piccole azioni a un unico centro, a un profondo sentimento di disponibilità e di amore». Etty ha lasciato un “Diario” e un gruppo di “Lettere” (editi da Adelphi) che molto possono offrire agli uomini e alle donne del nostro tempo su numerosi temi. Le sue riflessioni in tema di odio e di amore appaiono di particolare utilità nella nostra epoca, segnata da inimicizie, violenze, guerre, un’epoca nella quale, dice Leone XIV, «la dimensione digitale è presente quasi in ogni cosa» e la famiglia umana si trova a vivere «in una cultura nuova, profondamente segnata e costruita con e dalla tecnologia. Sta a noi far sì che questa nuova cultura rimanga umana».
Come ha osservato la sociologa Chiara Giaccardi, «il linguaggio digitale traduce tutto nella logica binaria dello 0/1. Questa semplificazione sta contagiando sempre più il nostro pensiero e i nostri rapporti umani: on/off, bianco/nero, pro/contro, amico/nemico. Stiamo perdendo la capacità di abitare le sfumature, di tollerare l’ambiguità, di convivere con la complessità». Il digitale favorisce la polarizzazione. Si crea così un circolo vizioso dove la moderazione viene punita e l’estremismo premiato. «Questo meccanismo può portare a forme di identità e di politica basate sulla identificazione del nemico da annientare: una vera e propria “odiocrazia”».
In questo contesto, avverte il Papa, è fondamentale sia creare ambienti digitali «che diventino spazi di dialogo e di confronto» sia abitare gli ambienti digitali, a cominciare dai social, come «agenti di comunione, capaci di rompere le logiche della divisione e della polarizzazione; dell’individualismo e dell’egocentrismo». Il suo invito è chiaro: «Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra».
Mentre negli ambienti digitali circolano spesso, come veleno mortale, toni ringhiosi, parole cattive, discorsi d’odio, Etty Hillesum ricorda a tutti una verità profonda dell’esperienza umana, il fatto che «ogni briciola di odio che si aggiunge all’odio esorbitante che già esiste, rende questo mondo più inospitale e invivibile». Le briciole contano, hanno un peso enorme, ognuna contribuisce a far sprofondare il mondo e a ferire la famiglia umana. Bisogna, invece, in ogni modo e con tenacia «contribuire ad aumentare la scorta di amore su questa terra». Oggi vi è un immenso bisogno di pace.
Etty rammenta a tutti la responsabilità decisiva, incedibile, che ciascuno ha: «una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, alla lunga in amore. Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi. È l’unica lezione di questa guerra: dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove». La pace comincia con la propria conversione, con il lasciarsi coinvolgere nella dinamica di amore di Dio verso tutti i suoi figli. «A ogni nuovo crimine od orrore dovremo opporre un frammento di amore e di bontà che bisognerà conquistare in noi stessi», scrive Etty. Nel generare frammenti di bontà e amore ovunque, anche nel mondo digitale, nell’aumentare la scorta di amore sulla terra, risplende la grandezza dell’essere umano. Quella che nessun sistema di algoritmi potrà mai riuscire a contenere. Quella che è capace di non lasciarsi intrappolare da tale sistema.