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  • Francia, nella crisi di vocazioni si sperimentano nuove forme di comunità

    Nella Chiesa di Francia ci si interroga sulla realtà vocazionale. La situazione non è facile: siamo a pochi giorni dalle elezioni presidenziali (con gli attacchi di Marine Le Pen nei confronti di Papa Francesco), nel cammino di dialogo e confronto interreligioso per evitare il contagio della radicalizzazione, siamo a quasi un anno dal martirio di padre Jacques Hamel, nel bel mezzo della lotta alla pedofilia e soprattutto del confronto con le istituzioni civiche e politiche animate da una profonda ondata di nome e regolamenti improntati ad una forzata laicizzazione.

    La situazione generale delle vocazioni religiose, presbiterali e degli ordini e delle congregazioni è in forte calo: tra il 2000 e il 2015, il numero dei religiosi di tutti i tipi di ordini si è dimezzato da oltre 66mila a poco più di 30mila. Le vocazioni monastiche seguono la stessa pendenza, anche se è meno ripida. Sono moltissime le comunità dove la questione della vecchiaia è diventata una priorità.

    Nel gennaio scorso, Papa Francesco ha indicato le cause della crisi di vocazione proponendo una via che possa invertire la tendenza, anzi «l’emorragia», e ricordando che la «cultura del provvisorio», il relativismo e la «dittatura del denaro» allontanano i giovani dalla vita consacrata. Bisogna stare loro vicini e «contagiarli con la gioia del Vangelo», aveva detto il Pontefice nell’udienza ai partecipanti alla plenaria della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, dedicata al tema “Fedeltà e perseveranza: intreccio di responsabilità”. 

    In Francia, però, ci sono ancora giovani disposti a scegliere di lasciare tutto per vivere una vita contemplativa. Si parla di centinaia di giovani ogni anno. Un caso - di cui parla diffusamente in una inchiesta il settimanale “La Vie” - è quello della Certosa di Portes, in Ain, dove vivono nel monastero 19 monaci e vengono ospitati attualmente novizi e professi giovani che desiderano impegnarsi in una vita estrema della solitudine.

    I responsabili delle comunità s’interrogano e, pur non volendo parlare di rinnovamento consapevoli che alcuni non arriveranno fino alla professione solenne, considerano un nuovo modo di vivere l’esperienza cristiana partendo appunto dalla vita di comunità, l’unica in grado di allontanare l’alienazione di una società di singoli fortemente individualista. «Vediamo ancora che il numero di giovani che bussano alla porta del convento con l’intenzione di rimanere e eccezionalmente alto - dicono - Casi che vanno in contro tendenza rispetto al paesaggio consacrata vocazioni piuttosto cupo».

    (Vatican Insidere)

     

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