Durante questa settimana voglio occuparmi di una discussione a proposito di Gesù. È quanto si legge nel Vangelo secondo Giovanni. Ecco una traduzione[1]. 3 25Avvenne dunque una discussione, a partire dai discepoli di Giovanni, con un Giudeo riguardo la purificazione. 26E andarono da Giovanni e gli dissero: «Rabbì, colui che era con te dall’altra parte del Giordano e al quale hai reso testimonianza, ecco: egli sta battezzando e tutti vengono a lui». 27Giovanni rispose e disse: «Una persona non può prendersi alcunché, qualora non gli sia stato dato a partire dal cielo. 28Voi stessi mi siete testimoni che dissi: “Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui”. 29Colui che ha la sposa è lo sposo; l’amico dello sposo che è presente e l’ascolta, esulta visibilmente di gioia alla voce dello sposo. Questa, dunque, è la mia gioia evidente, ed è giunta a pieno compimento. 30Egli deve crescere e io invece diminuire». (Giovanni 3,25-30). Questa pagina del Vangelo parte da una discussione, da una ricerca sulla parola «Purificazione». Questo tema il Vangelo secondo Giovanni l’ha già menzionato nel capitolo 2, nella pagina che abbiamo letto insieme la settimana scorsa, a proposito del matrimonio e della festa a Cana. Ora, nel capitolo 3, il tema della purificazione è legato al battesimo, il battesimo dato da Gesù. In tutto il Nuovo Testamento, solo in Giovanni 3,22 si parla del battesimo amministrato da Gesù: «Venne - Gesù e i suoi discepoli - verso la terra della Giudea; e là si trattenne con loro e battezzava». E, davanti a questa azione di Gesù, delle persone discutono e si interrogano sul senso di ciò che Gesù sta facendo. È ciò che ci dice il Vangelo utilizzando la parola greca «zêtêsis», una parola che riprende una radice greca che significa «cercare», «interrogare», «fare un’investigazione su una legge o su un precetto»[2]. Questa discussione o questa ricerca[3] si verifica tra i discepoli di Giovanni e un Giudeo (v. 25) a proposito del quale il Vangelo non ci dà altri dettagli[4]. I discepoli di Giovanni, dopo aver discusso con questo Giudeo, vanno da Giovanni Battista. Essi sono preoccupati perché il battesimo amministrato da Gesù ha più successo di quello amministrato da Giovanni. E, a motivo di questa preoccupazione, essi si accostano al loro maestro per lamentarsi del successo del Nazareno. Eppure Giovanni aveva già annunciato l’arrivo e la presenza di una persona più importante di lui. Infatti egli aveva dichiarato: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta colui che voi non conoscete; colui che viene dopo di me, colui al quale non sono degno, io, di sciogliere il legaccio dei suoi sandali» (Giovanni 1, 26-27). A questi discepoli il Battista risponde innanzitutto con un’affermazione generale: «Una persona non può prendersi alcunché, qualora non gli sia stato dato a partire dal cielo» (v. 27). Nella situazione evocata dai suoi discepoli, l’affermazione comporta due fatti precisi: tutti quelli che vengono da Gesù gli sono stati donati da Dio e tutto ciò di cui Gesù dispone è un dono di Dio[5]. In seguito, nei versi 28-30, il Battista ritorna sulla sua relazione con Gesù: «Non sono io il Cristo, ma io sono stato mandato innanzi a lui» (v. 28). Il messaggio è chiaro: il Battista deve preparare la venuta del Cristo, del Messia mandato da Dio. Tra il Battista e Gesù non c’è antagonismo o rivalità, c’è amicizia: «Colui che ha la sposa è lo sposo; l’amico dello sposo che è presente e l’ascolta, esulta visibilmente di gioia alla voce dello sposo». Questa affermazione deve essere compresa pensando ai profeti che menzionavano il popolo come la sposa di Dio[6]. Ora lo sposo prende con sé la sposa perché egli è consacrato Messia. E il Battista, nella sua qualità di amico dello sposo, non può che rallegrarsi ascoltando la voce dello sposo[7], la voce di Gesù. Dopo questa discussione a proposito di Gesù nel Vangelo, è il momento di passare al Corano. E penso alla sura 43[8] dove si legge: 43 57Quando viene dato loro, come esempio, il figlio di Maria, la tua gente protesta con veemenza 58e dicono: «Migliori sono i nostri dei o lui?». È solo per disputare che essi te lo citano [come esempio]. Essi sono infatti dei disputanti. 59Egli era un nostro servitore al quale abbiamo accordato la nostra grazia e di lui abbiamo fatto un esempio per i figli di Israele (Sura 43,57-59). Per comprendere questo testo occorre sapere che alla Mecca c’era una tribù dominante, i Quraisciti. E, al tempo di Muhammad, i Quraisciti hanno tutte le ragioni per essere soddisfatti della loro città che gode di una prosperità senza precedenti. Essi sono ricchi e il sistema oligarchico in vigore assicura loro il potere. Questo ci permette di capire come essi non abbiano, oggettivamente, nessuna ragione per augurarsi il più piccolo cambiamento. Che, in questo tale contesto, essi abbiano accolto male il messaggio coranico portato dal profeta, lo si comprende facilmente. Basti pensare che i principi morali messi in evidenza nel Corano stigmatizzano il culto dei soldi almeno quanto quello degli idoli. Il messaggio coranico poteva difficilmente accordarsi con il loro capitalismo mercantile[9]. In questa situazione si comprende perché la reazione dei Meccani sia stata estremamente violenta quando Muhammad, messo in questione, dichiarò Gesù superiore agli idoli dei Quraisciti[10]. Il tema della protesta ritorna anche nel verso 58 insistendo, per due volte, sulla azione di disputare. Ma, dopo questa insistenza sulla cattiva attitudine dei Meccani, Dio sottolinea l'identità e la funzione di Gesù: Egli è «servitore» di Dio ed egli ha una funzione molto importante: da Dio egli è stato «dato come esempio» per i figli di Israele. E a questo proposito, ricordo Ismaïl Ibn Kathîr che tornando su questo versetto del Corano, scriveva: «Noi abbiamo fatto di lui una prova, un argomento, una dimostrazione della Nostra onnipotenza»[11]. Sull’altro aspetto, cioè Gesù, come il «servitore», torneremo, tra una settimana. A presto, dunque. [1] Questa traduzione riprende, con piccole modifiche, quella di F. Filiberti, Giovanni 3,22-36, in Giovanni. Nuova traduzione ecumenica commentata, a cura di E. Borghi, Edizioni Terra Santa, Milano, 2021, p. 71s. [2] Nell’Antico Testamento questo significato (“ricercare”) si trova in Isaia 34,16; Salmo 119,45.94.155; 1 Cronache 28,8. Così in L. Alonso Schökel (director), Diccionario bíblico hebreo-español, Editorial Trotta, Madrid, 1994, p. 186, ed è espresso da termini della radice «darash». Della stessa radice c’è anche il sostantivo «midrash» che significa «ricerca», «commento», utilizzato nella Bibbia e, in seguito, nella tradizione giudaica per parlare dell’interpretazione e dello studio dei testi biblici. Cf. P. Chavot, Dictionnaire de DIEU, Édition de La Martinière, Paris, 2003, p. 430s alla voce «Midrash». [3] Per la parola «ricerca» come traduzione del greco «zêtêsis» del v. 25, cf. Y. Simoens, Evangelo secondo Giovanni, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, Magnano (Bi), 2019, p. 152. [4] J. Zumstein - L’Évangile selon saint Jean (1-12), Labor et fides, Genève, 2014, p. 131 - propone tre possibili identità a proposito di questo Giudeo. [5] Così J. Zumstein, L’Évangile selon saint Jean (1-12), Labor et fides, Genève, 2014, p. 132. [6] Cf. Isaia 54,5 e Geremia 2,2. Cf. anche Osea 2 e il commento di L. Alonso Schökel - J.L. Sicre Diaz, I profeti, Borla, Roma, 1989, p. 988. E l’idea della comunità come la sposa, la sposa di Cristo, sarà ripresa in Apocalypse 21,2.9 e 22,17. [7] J. Mateos - J. Barreto, Il vangelo di Giovanni, Cittadella, Assisi, 1982, p. 200. [8] Per una relazione tra la pagina del Vangelo e la Sura 43,57ss, cf. J.-D. Thyen, Bibel und Koran. Eine Synopse gemeinsamer Überlieferungen, Böhlau, Köln Weimar Wien, 1993, p. 214-215. [9] C. Addas, La Mecque, in Dictionnaire du Coran, sous la direction de M. Ali Amir-Moezzi, Éditions Laffont, Paris, 2007, p. 542. [10] Cf. Le Coran. Traduction française et commentaire, par Si Hamza Boubakeur, Maisonneuve & Larose, Paris, 1995, p. 1521 a proposito del verso 57 della nostra Sura. Altri dati si possono leggere, sempre nel volume di Boubakeur, nella sua introduzione alla Sura 103 (pp. 2017-2020). [11] Ismaïl ibn Kathîr, L’exégèse du Coran en 4 volumes. Traduction: Harkat Abdou, Vol. 4, Sourate 41 (Ils s’articulent) – Sourate 114 (Les Hommes), Dar Al-Kutub Al-ilmiyah, Beyrouth, 2000, p. 1283. di Renzo Petraglio