Tanti anni fa, per l’8 marzo scrissi un editoriale sul Giornale del Popolo, dal titolo: “Non fiori ma…” L’articolo scatenò l’ira dei fioristi e ricordo che fui costretta ad andare a scusarmi dal presidente dell’Associazione fioristi ticinesi ... Oggi non metterei più un titolo così. Non solo per via della categoria dei fioristi che (giustamente) va tutelata, ma perché i fiori ci vogliono. Anzi, sono necessari per portare uno sguardo delicato, non tanto e non solo sulle donne, ma sulla relazione uomo-donna. Perché il nocciolo della questione femminile è che non riguarda le sole donne ma coinvolge lo sguardo reciproco con cui sappiamo guardarci. Siamo figli e figlie di chi ci ha preceduto. Di chi per noi ha sfilato per le strade, gridato slogan e combattuto battaglie. Sono loro che ci hanno portato dove oggi siamo e dove secondo molti e molte ormai, non c’è più nulla da fare, perché “tanto la parità è raggiunta”. Purtroppo non è così. Non è così nella società, nella Chiesa, nel mondo. Perché siamo eredi di due storie diverse. Da un lato, c’è quella narrata da uomini maschi, che prima delle donne hanno avuto accesso all’istruzione, alla lettura della Bibbia, alla penna, al diritto di parola e di voto. A loro appartiene la narrazione delle vicende accadute nei secoli, è loro l’occhio che ha colto le vicende, l’orecchio che le ha ascoltate, la voce che le ha raccontate, la mano che le ha trascritte. Noi veniamo da un’altra storia, dove a parlare per noi è sempre stato il nostro corpo: la sua forma, le sensazioni che suscita, il suo grembo in grado di dar vita. E’ stato lui a determinare per noi ciò che possiamo e non possiamo fare, ciò che siamo e quello che non siamo. È nelle nostre sale, proprio in questi giorni, il film “Female Pleasure””, della regista svizzera Barbara Miller, che narra la storia di cinque donne, in cinque posti diversi del globo, di origine e religioni diverse, le cui vite più che le loro vicende, narrano di mondi separati, dove vi sono leggi (per lo più) non scritte, che impongono alle le donne criteri comportamentali ed esistenziali diversi che per gli uomini. Per lo più escludenti e discriminanti. Se questo è evidente per le tante sorelle provenienti da Paesi africani ancora oggi vittime di mutilazioni genitali; per le donne che vivono in India, il Paese che ha inventato il Kamasutra ma non conosce la parola “amore” e dove ogni due minuti viene violentata una donna; per le donne delle comunità ebraiche delle comunità chassidiche che vengono date in sposa a uomini scelti dalle famiglie; da noi le corsie speciali in cui vengono rinchiuse le donne, sono meno visibili. Tanto che spesso per definire le difficoltà delle donne a fare, per esempio, carriera si parla di soffitti di “cristallo”. Ma ci sono anche pavimenti, muri, intere case di cristallo che ci circondano e in cui viviamo, per lo più inconsapevolmente. Nella società come nella Chiesa, le donne percorrono altre vie rispetto agli uomini. Sebbene il numero delle donne che accedono agli studi superiori sia maggiore di quello dei maschi, seppure il coinvolgimento delle donne nella Chiesa sia maggiore, le donne si fermano prima. Le strade che imboccano le portano a bivi esistenziali difficili da scogliere dove quello tra famiglia o carriera, è solo il primo e il più evidente. Grazie al lavoro di tante donne impegnate nella Chiesa e nel mondo, è oggi evidente che la strada per creare davvero un percorso accogliente e per gli uomini e per le donne, va percorsa insieme, perché il femminismo non è una faccenda per sole donne. Tra i due sessi vi sono ferite millenarie da sanare. Alcune volte sembra che la piaga stia per chiudersi, ma poi non appena si annuncia una crisi economica, uno scenario di guerra, un’esplosione di violenza, una situazione di precarietà, una migrazione, la ferita torna a suppurare, la forza a imporsi e le donne a soffrire e a venir escluse. Latente, questa piaga ci accompagna attraverso la storia, le religioni, gli usi e i costumi, le consuetudini. Nella nostra bella lingua italiana, si ravviva tutte le volte che pronunciamo il sostantivo “uomo” che tacitamente include ed esprime anche la donna. Funziona per sottrazione e per negazione, ma alle volte anche attraverso il suo contrario: per esaltazione e separazione. Pensiamo a tutte le volte che la molteplicità del nostro essere donne viene racchiuso e mortificato nel sostantivo singolare “donna”. “La donna è così”, la donna ha questa caratteristiche” ecc. Non è mortificante essere definite in base al sesso a cui apparteniamo, al corpo che ci accoglie e dalle sue funzioni? Ci vogliono tanti fiori per guarire questa relazione, che impoverisce anche gli uomini, i maschi: fiori di parole, fiori di ascolto, di attenzione, di cura, di condivisione, di reciprocità. Fiori d’Amore. di Corinne Zaugg