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Dom 1 feb | Santo del giorno | Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano
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    In principio era il dono

    Prima del principio c’è il nulla, perché il concetto stesso di principio mette in luce l’inizio assoluto. Allora il principio appare in tutta la sua sorprendente novità. Il passaggio dal nulla all’essere o dal nulla all’esserci può avvenire solo come donazione, come un Essere dato, elargito per pura gratuità, e quindi per Amore. Non è necessario che qualcosa ci sia, oltre Dio. Ne consegue che l’incontro con l’esserci non può non suscitare sorpresa e ammirazione. Perciò al principio c’è il dono o la gratuità del dono. Con questo non affermiamo che al Principio non c’è il Verbo, ma che il Verbo è “pronunciato”, è “detto” per una iniziativa di Amore. È l’Amore che “provoca” la Parola, per cui la Parola è detta per una motivazione di Amore. È l’amore che fa parlare, che fa dire, che vince la mutezza e quindi suscita l’espressione. Poter parlare vuol dire allora poter esprimere l’amore che sta nell’intimo, che è impulsivo di parola. È la ragione per la quale sono da bandire le parole vane, menzognere e insidiose. Maestro nel dire parole non solo vuote ma menzognere è il Demonio. Parlare senza un contenuto è tiranneggiare la facoltà dell’eloquio di cui l’uomo è stato dotato da parte di Dio. È offendere questo grande dono, questo aprirsi, questa possibilità di donarsi. Da qui l’importanza del silenzio, che non è assenza di contenuto, ma rispetto e amore della verità. C’è un silenzio colmo di parola. Bisogna poi che la parola lasci un segno del contenuto espresso. Per Dio dire equivale a creare: «Dixit et factasunt» (Sal 33,9). Disse e il risultato di questo dire è la realtà creata. Tutta la realtà – e in modo speciale l’uomo – è una parola di Dio pronunciata, detta per amore; quindi bisogna parlare spinti e stimolati dall’amore. È l’amore che deve far parlare, non la vanità o una vana e vuota retorica, o nemmeno il farsi puramente ascoltare dagli altri. Si può parlare per illuminare, per dare luce, per aiutare l’altro ad aprirsi a se stesso e a prendere coscienza della sua realtà e valore, e questo è un grande atto di carità. O si può anche aiutarlo a vincere la timidità quando è trepidante, ansioso o bloccato, portandolo dalla confusione e dall’incertezza alla serenità. La parola è così fattore di amore. Facilmente l’uomo si trova legato dai vincoli della paura, dell’amarezza, del dolore e di tutto quell’insieme che aggroviglia l’anima e la “buona parola” lo conforta, gli dà coraggio, gli infonde fiducia, lo aiuta nell’eliminare tutto quanto contribuisce ad abbassarlo. Non possiamo sapere che effetto possa avere la parola, non solo nel male, ma anche nel bene. Il non dire niente può umiliare, e far restare in una mutezza penosa, mentre parlando al prossimo lo si incoraggia a dire. Da qui l’importanza dell’ascolto autentico (c’è, infatti, un ascolto superficiale e un ascolto sostanziale): noi abbiamo bisogno di essere ascoltati. La conseguenza dello stare a sentire è la partecipazione a quello che viene detto in bene e quindi si gioisce con l’altro. di Inos Biffi

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