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Dom 1 feb | Santo del giorno | Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano
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    L’amore del prossimo

    Sul criterio dell’amore di se stessi, come in un normale prosieguo, riversiamo e volgiamo il nostro amore al prossimo. Si tratta a questo punto di vedere quali sono i modi o le forme che questo amore al prossimo deve assumere. La prima forma o il primo atteggiamento è quello del rispetto e del riconoscimento della sua diversità, per cui viene evitato qualsiasi genere di condizionamento e sopraffazione. Si cerca di favorire e di promuovere il bene dell’altro, specialmente non impedendogli che si manifesti e si esponga secondo il suo desiderio e la sua inclinazione. Non, per questo, lasciarlo libero di sopraffazioni, perché la custodia attenta della propria persona e dei propri diritti è un dovere. In fondo ammettere il deprezzamento di se stessi significa misconoscere l’Immagine di Dio in noi. E questo non è un comportamento giusto. È detto in Ecclesiastico 41,12: «Curamhabe de bono nomine (Abbi cura del tuo buon nome)». Il fatto che non si deve permettere che sia indebitamente manipolato il proprio nome o il proprio «io» non deve portare a respingere ogni contatto col prossimo, a escludere gelosamente ogni rapporto con lui. Si deve invece mirare a stabilire una relazione in cui viene riconosciuta la reciproca dignità e quindi la reciproca libertà, per cui l’altro viene accolto senza l’interferenza di alcun tipo di necessità, con una iniziativa assolutamente gratuita. Si accoglie l’altro perché è lui. D’altra parte, dietro l’identità di ogni uomo si trova originariamente Dio stesso, che lo ha creato con una creazione che è continuamente in atto, e che non è avvenuta un’unica volta, né è abbondonata da Dio a sé. Ogni creatura – e particolarmente l’uomo – è sempre sotto lo sguardo amorevole e compiaciuto di Dio. Anche nel caso in cui essa si ribelli col peccato, Dio non la lascia al proprio destino ma, al contrario, essa diviene ancora più cara al suo cuore. Si pensi al Figlio prodigo, alla pecora smarrita. Del resto, Gesù stesso afferma che non è venuto per i giusti ma per i peccatori. Ed è un monito per noi, a non rompere i rapporti col prossimo, qualora questi facesse scelte sbagliate. Anche se si deve dire certamente con chiarezza anche all’amico più caro, quando sbaglia, che sbaglia, per non diventare suoi complici. Ma occorre finezza, discrezione – Sant’Ambrogio piangeva con i peccatori afflitti per i loro peccati –. È sempre fuori posto l’umiliazione di chi ha peccato, esattamente come sarebbe il passarvi sopra. Il peccato grave – che offende Dio – è la più grande sciagura che possa avvenire all’uomo, ma neppure questo limiterebbe la misericordia di Dio. Disperarsi per un peccato commesso e dubitare del perdono di Dio è una grave offesa che si fa a Dio, quasi che il nostro peccato sia in grado di condizionare la volontà e la possibilità di perdono di Dio. In fondo questo equivarrebbe a una svalutazione del Cristo Crocifisso, che al ladro pentito giunge a dire: «Oggi sarai con me in Paradiso» (Lc 23,43). Non dimentichiamo che sta specialmente a cuore al demonio di infondere e diffondere la disperazione, di creare la convinzione che il peccato è troppo grande perché Dio lo possa perdonare. A lui preme che gli uomini siano disperati. di Inos Biffi

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