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Lun 2 feb | Santo del giorno | Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano
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    L’ultima cena di Gesù

    Siamo alla sesta settimana di Quaresima e, nello stesso tempo, alla prima settimana di Ramadan. E nei prossimi giorni i cristiani faranno memoria dell’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli. È per questo motivo che io voglio leggere questa pagina del Vangelo secondo Luca. 14 Quando fu l’ora, Gesù prese posto a tavola e gli apostoli con lui; 15 ed egli disse: « Ho desiderato ardentemente mangiare questa Pasqua con voi, prima del mio patire. 16 Infatti vi dico: certo non la mangerò più, finché essa non sia compiuta nel regno di Dio ». 17 E, dopo aver preso un calice e aver reso grazie, disse: « Prendetelo e distribuitelo tra voi stessi, 18 poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non sia giunto il regno di Dio ». 19 Poi, dopo aver preso un pane e aver reso grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: « Questo è il mio corpo, dato per voi; fate questo in memoria di me ». 20 Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese il calice dicendo: « Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, versato per voi ». (Luca 22,14-20)[1]. In primavera ogni anno gli Ebrei celebravano e celebrano « Pêsah », la Pasqua ebraica, la festa che evoca il passaggio di Dio al di sopra delle case dei figli di Israele per farli uscire e liberarli dalla schiavitù dell’Egitto. Una semplice frase del libro dell’Esodo ce lo dice con chiarezza: « È il sacrificio della Pasqua per il Signore che è passato al di sopra delle case dei figli d'Israele » (Esodo 12,27)[2]. E, nel corso della cena, gli Ebrei mangiano l’agnello, le erbe amare che ricordano la schiavitù in Egitto e il pane azzimo che evoca il pane che non può lievitare dato che gli Ebrei - in Egitto - dovevano partire in fretta. All’interno di questa festa si beve anche il vino, quattro coppe[3]. Rispetto alla Pasqua ebraica, nella Pasqua di Gesù con i suoi discepoli non si mangia l’agnello pasquale. Gesù stesso sarà il nutrimento per questo pasto[4]. Quanto alle coppe, il Vangelo di Luca ne menziona due. La prima, che non ha paralleli negli altri Vangeli, è nel verso 17. E, a questo proposito, un biblista del secolo scorso, il padre Lagrange, commentava: « Luca non ha parlato della Pasqua ebraica, se non per prendere congedo da essa e con parole che rinviavano espressamente alla figura della Pasqua nuova, cioè all’Eucaristia »[5]. La Pasqua ebraica faceva rivivere ai commensali l’esperienza della liberazione vissuta dagli antenati e annunciava l’ultima liberazione che Dio ha preparato per i suoi fedeli. Quanto a Gesù, questa festa è vissuta - ci dice il Vangelo - con un desiderio ardente: « Ho desiderato ardentemente mangiare questa Pasqua con voi, prima del mio patire » (v. 15) In questa frase Gesù stabilisce un legame tra questa Pasqua e la sua sofferenza imminente e la separazione che i discepoli dovranno affrontare al momento della sua morte. Ma nel versetto 16 Gesù volge il suo sguardo, uno sguardo pieno di speranza, verso il regno futuro, regno che sarà - per così dire - una nuova cena di Gesù con i suoi[6]. Questo sguardo verso l’avvenire è sottolineato anche nei versi 17 e 18, là dove Gesù dà il calice ai discepoli e dice loro: «  Prendetelo e distribuitelo tra voi ». I discepoli sono invitati a condividere tra di loro il calice, sapendo che Gesù non berrà più « del frutto della vite, finché non sia giunto il regno di Dio ». E, proseguendo la cena, Gesù rompe il pane e lo dà ai discepoli dicendo: « Questo è il mio corpo, dato per voi; fate questo in memoria di me » (v. 19) Questo pane spezzato e dato permette ai primi discepoli e anche a noi oggi un’unione intima con Gesù facendo memoria di lui e della sua morte. Quanto al calice alla fine della cena, esso trasferisce sulla morte di Gesù la garanzia della salvezza accordata da Dio al suo popolo al momento dell’alleanza. Ma Gesù ne sottolinea la novità, novità legata alla sua morte. In effetti Gesù dice: « Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, versato per voi » (v. 20). Dopo queste note sulla pagina del Vangelo, è il momento di passare al Corano. Qui l’ultima cena di Gesù prima della morte non è menzionata direttamente. Ma il Corano evoca un pasto speciale nella Sura 5, la Sura intitolata « al-Mâ’ida ». Questa parola araba può essere tradotta con « banchetto », « tavola apparecchiata e guarnita »[7]. Altre informazioni precise si possono leggere nel commento del Corano redatto da Tabarî e tradotto da Pierre Godet: il termine, « mâ’ida » è un participio attivo del verbo « mâda » che significa « nutrire » e « alimentare », per dire - ad esempio - che qualcuno nutre e dà cibo a delle persone. Quindi una tavola è chiamata « mâ’ida » perché essa nutre quelli che si siedono a tavola offrendo loro i cibi che vi sono disposti[8]. Di questa Sura, ecco una piccola sezione. 112 E quando gli apostoli dissero: « O Gesù figlio di Maria, il Signore potrebbe far scendere su di noi una tavola imbandita? ». Disse loro: « Piuttosto rispettate Dio, se siete credenti ». 113 Dissero: « Vogliamo mangiare, rassicurare così i nostri cuori, sapere che ci hai detto effettivamente la verità, ed essere fra i testimoni ». 114 Disse Gesù figlio di Maria: « O Dio, Signore nostro, fa scendere su di noi, dal cielo, una tavola imbandita che sia una festa per noi, dal primo di noi all’ultimo, un segno da parte Tua. Nutrici, Tu sei il migliore dei nutritori ». 115ª Dio disse: « Certo la farò scendere su di voi »[9]. (Sura 5,112-115a) La struttura di questo testo è chiara. Anzitutto al verso 112, c’è la richiesta che gli apostoli rivolgono a Gesù. E Gesù non risponde alla loro richiesta. Egli si limita a chiedere loro un comportamento di rispetto nei confronti di Dio. Poi, nei due versi successivi, gli apostoli ritornano sulla medesima richiesta e questa volta Gesù rivolge la stessa richiesta a Dio. In seguito, nelle prime parole del verso 115, c’è la risposta di Dio: « Certo la farò scendere su di voi ». Si potrebbe dire che questo racconto è incompleto: non ci dà una descrizione dell’esecuzione - da parte di Dio - della sua decisione. Ma « questa incompiutezza è evidentemente voluta: il racconto appare come una parabola che invita il lettore o l’ascoltatore a terminare lui stesso il racconto prendendo posizione, cioè impegnandosi come credente »[10]. Alcuni commentatori cristiani vedono in questi versi un’allusione dell’Eucaristia o all’Ultima Cena. Altri vi vedono un riferimento al miracolo evangelico della moltiplicazione dei pani e dei pesci (Giovanni 6,1-15). Il Bausani, nel suo commento al Corano, giustamente propone come ottimo punto di riferimento la richiesta contenuta nel Padre Nostro: « Dacci oggi il nostro pane quotidiano »[11]. Lasciamo aperte queste strade diverse a livello dell'interpretazione e apriamoci all’alleanza, la nuova alleanza che Dio ha fatto con noi attraverso l’ultima cena di Gesù e attraverso la « Mâ’ida », la tavola imbandita che Dio fa scendere verso di noi. E saremo insieme. [1] Per questa traduzione e per le varianti negli antichi manoscritti, cf. E. Borghi, Luca 22,1-23, in Luca. Nuova traduzione ecumenica commentata, a cura di E. Borghi, Edizioni Terra Santa, Milano, 2018, p. 303s. [2] La parola « Pasqua », in ebraico « Pêsah », evoca il verbo « pasah », che significa « passare », « passare vicino ». Cf. L. Alonso Schökel (director), Diccionario bíblico hebreo-español, Editorial Trotta, Madrid, 1994, p. 617. [3] Cf. P. Chavot, Le Dictionnaire de Dieu. Judaïsme. Christianisme. Islam, Éditions de La Martinière, Paris, 2003, p. 504-505, alla voce « Pessah ». [4] Così R. Virgili, Vangelo secondo Luca. Traduzione e commento, in I Vangeli, a cura di R. Virgili, Ancora, Milano, 2015, p. 1201. [5] Così M.-G. Lagrange, Évangile de saint Luc, Gabalda, Paris, 1948, p. 542. [6] A questo proposito, D. Marguerat et E. Steffek (Évangile selon Luc, dans Le Nouveau Testament commenté, sous la direction de C. Focant et D. Marguerat, Bayard - Labor et fides, Paris - Genève, 2012, p. 380) qualificano questa Pasqua come « rito di separazione » e « rito di speranza ». [7] Così M. Cuypers, Le Festin. Une lecture de la sourate al Mâ’ida, Lethielleux, Paris, 2007, p. 333s. [8] Abû Ja‘far Muhammad Ibn Jarîr at-Tabarî, Commentaire du Coran. Abrégé, traduit et annoté par P. Godé, Éditions d’art les heures claires, Paris, 1988, tome IV, p. 166. [9] Questa traduzione riprende, con una piccola modifica, quella che si legge in Il Corano. Introduzione di K. Fouad Allam, traduzione e apparati critici di G. Mandel, UTET, Torino, 2006, p. 62. [10] M. Cuypers, Le Festin. Une lecture de la sourate al Mâ’ida, Lethielleux, Paris, 2007, p. 337 [11] C. M. Guzzetti, Bibbia e Corano. Confronto sinottico, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano), 1995, p. 257. Cf. anche Les grands thèmes du Coran. Classement thématique établi par J.-L. Monneret. Préface du docteur Dalil Boubakeur, Dervy, Paris, 2003, p. 588. di Renzo Petraglio

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