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Lun 2 feb | Santo del giorno | Parola del giorno rito Romano | Ambrosiano
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    Penitenza, mortificazione cristiana e perdono

    Il professor Inos Biffi, insigne teologo e docente emerito alla Facoltà di teologia di Lugano, ha pensato di inviarci alcuni testi di sue meditazioni che pubblicheremo di volta in volta, in questo suo blog inaugurato oggi. Siamo nella Settimana Santa, molti vanno a confessarsi, Biffi ci propone un testo che riflette sulla penitenza. L’essere dell’uomo, la sua realtà concreta, sono intrinsecamente buoni, creati da Dio e, in quanto creati da Dio, non possono che portare i segni ontologici, naturali della sua originaria e originante Bontà. Appare subito, di conseguenza, quanto sia errato e deviante parlare di mortificazione. Si dirà che è intravvenuto il peccato, ed è per questo che è necessaria la mortificazione, la penitenza. Intanto, se si tratta del peccato originale, non ha senso un’automortificazione, quasi un’automortificazione per una colpa di cui non siamo personalmente responsabili. Se il peccato ha toccato la natura, questo non dipende da noi e non possiamo essere chiamati a rendere conto di ciò che non proviene da noi, restando in ogni caso sempre vero che il fine di una “mortificazione” non è quello di produrre la morte ma la vita. Per cui la mortificazione come mortificazione è sempre aberrante. Senza dire che mortificata in tal modo la natura si ribella; o meglio si ribella e insorge il disegno divino che l’ha ontologicamente istituita e costituita. Essa giustamente fa valere i suoi nativi diritti di libertà e di identità che non possono essere compressi e alterati e avviati sulla via della tristezza. Senza dire che, con queste premesse, si diventa facilmente delle guide pericolose e inaffidabili nel caso in cui si abbia, in una forma o nell’altra, la responsabilità di un gruppo o di una comunità. Si direbbe che la virtù più importante che si possa possedere sia quella della discrezione, come dire dell’equilibrio, attuato ad evitare eccessi sia nei confronti di se stessi sia nei riguardi degli altri. La tradizione della Chiesa conosce certamente dei santi dall’estremo e impressionante rigore, e riconosciuti, infatti, come santi. E tuttavia la ragione del riconoscimento della loro santità è sempre stato fondato sulla loro carità o sul loro amore. Gesù è morto sulla Croce. La Croce ci ha redenti e salvati, perché è stato l’amore che ha portato Gesù sulla Croce. Ne deriva sul piano pastorale che non si deve tanto esortare a fare penitenza, ma ad esercitare la carità: la carità verso il prossimo, ma anche la carità verso se stessi. Gesù stesso ricorda il comandamento di “amare il prossimo come se stessi”, per cui l’amare se stessi è come il principio e la misura dell’amore al prossimo. Secondo Gesù si perdona molto a chi molto ama. A proposito della donna peccatrice entrata nella casa del fariseo Simone e che bagna con le sue lacrime i piedi di Gesù e li asciuga con i scuoi capelli, li bacia e li cosparge di profumo, Gesù afferma: «Sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco» (Lc 7,47). di Inos Biffi

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