Siamo all’ultima settimana di Ramadan. E, durante questa settimana, voglio leggere una piccola sezione della Sura 3, la Sura della quale, durante la prima settimana di quaresima, abbiamo già letto i versi 45 e 59-60. Tornando su questa Sura, durante questa settimana voglio leggere con te i versi 50-53, una sezione nella quale Gesù parla della sua missione[1]. Ecco innanzitutto una traduzione di questi versi. 50 « Io sono venuto a confermare ciò che è prima di me nella Torah e a dichiararvi lecite alcune cose che vi erano state proibite. Sono venuto a voi con un segno del vostro Signore. Rispettate dunque profondamente Dio e ubbiditemi. 51 In verità, Dio è il mio Signore e il vostro. Adoratelo, dunque! È un retto sentiero». 52 Quando Gesù si accorse che [gli Ebrei] non credevano, disse: « Chi saranno i miei aiutanti [nel cammino che porta] a Dio? » E gli apostoli risposero: « Saremo noi gli aiutanti di Dio. Noi crediamo in Dio. E tu sii testimone che alla sua volontà ci siamo sottomessi! Signore, noi crediamo a ciò che hai rivelato e seguiamo il tuo messaggero. Iscrivici fra i testimoni » (Sura 3,50-53). Nel verso 50 Gesù si presenta nella sua relazione alla Torah, cioè l’Istruzione che Dio ha dato attraverso Mosè. La Torah è « prima di me » (mâ bayna yadayya in arabo), letteralmente « ciò che è tra le mie due mani », « ciò che è davanti a me ». E questa espressione potrebbe evocare la situazione di Gesù come maestro che insegna - nella sinagoga - il Libro della Legge, dell’Istruzione data a Mosè, il libro aperto davanti a lui, dicendo ai suoi discepoli: io non faccio che confermare la Torah che è qui, posta davanti a me[2]. I l verso 50 evoca poi alcune cose che agli Ebrei « erano state proibite », dunque certi divieti. Infatti bisogna sapere che - per gli Ebrei - le cose illecite erano numerose al punto che spesso la religione si riduceva all’osservanza di riti, quindi al formalismo. La maggior parte di queste norme erano quelle che i rabbini avevano istituito - per motivi diversi e in circostanze diverse - attribuendole a Mosè[3]. In questa situazione Gesù reagisce: egli conferma la Torah; dunque, l’Istruzione data da Dio a Mosè. Ma Gesù toglie anche le proibizioni che non hanno alcun fondamento nella Parola di Dio. Poi, nel verso 52, Gesù constata che gli Israeliti, verso i quali egli era stato mandato, negavano la sua funzione profetica; essi qualificavano le sue parole come menzogna e si allontanavano dal suo invito a rispettare Dio e a credere in Dio. E, davanti a questa constatazione, Gesù si chiede: « Chi saranno i miei aiutanti [nel cammino che porta] a Dio? »[4]. Chi saranno coloro che, con Dio, mi aiuteranno davanti a coloro che trattano gli argomenti di Dio come menzogne, si allontanano dalla sua religione e negano la profezia dei suoi profeti? Davanti a questa domanda i discepoli dichiarano la loro disponibilità, insistendo su tre attitudini: la loro sottomissione a Dio, la loro fede, la loro volontà di essere testimoni[5] della parola di Dio. Questi versi del Corano mi ricordano il testo più antico di tutto il Nuovo Testamento, la Prima lettera di Paolo ai cristiani di Tessalonica. È l’anno 50 quando l’apostolo Paolo, insieme a Silvano e Timoteo, lascia l’Asia Minore e decide - grazie a un messaggio di Dio[6] - di entrare nella provincia romana della Macedonia e arriva a Filippi e poi nella capitale di questa provincia, la città di Tessalonica. In questa città la predicazione dei missionari permette loro, rapidamente, di gettare le fondamenta di una comunità cristiana[7]. Ma questi missionari non possono restare a lungo nella città. In effetti, come si può leggere negli Atti degli apostoli (17,5ss), Paolo e i suoi collaboratori incontrano ostilità e opposizioni soprattutto da parte degli Ebrei della città e vengono accusati di agire contro i decreti dell’Impero Romano. Davanti a queste difficoltà, i cristiani di Tessalonica, durante la notte, fanno partire Paolo e i suoi collaboratori. Questa partenza è una sofferenza per Paolo che ne parla nella Prima lettera ai Tessalonicesi. 31 Non potendo più resistere, scegliemmo di restare soli ad Atene 2 e mandammo Timoteo, nostro fratello e collaboratore di Dio nel [predicare] il vangelo di Cristo. Doveva consolidarvi e incoraggiarvi nella vostra fede 3 perché nessuno vacilli nelle tribolazioni presenti. Del resto sapete che questa è la nostra sorte. 4 Di fatto, proprio trovandoci fra voi, ve l’avevamo predetto che avremmo subìto delle afflizioni. Così avvenne e lo sapete. 5a Per questo anch’io, non potendo più resistere, ho mandato Timoteo per informarmi della vostra fede (Prima lettera ai Tessalonicesi 3,1-5). Dopo la sua partenza da Tessalonica, Paolo voleva tornarvi ma, per dei motivi che non ci sono noti, egli non ha potuto fare questo viaggio e quindi ha mandato a Tessalonica il suo collaboratore Timoteo. E, nella nostra lettera, Paolo lo qualifica come « nostro fratello e collaboratore di Dio nel [predicare] il vangelo di Cristo »[8]. Chiamandolo « nostro fratello » Paolo dà a questa espressione una dimensione molto più ampia rispetto al titolo « fratello » utilizzato frequentemente dai cristiani. In effetti, un legame speciale unisce Paolo al suo compagno nella missione: annunciare la bella notizia che ha il Cristo come tema (Galati 1,16) e che si realizza in forza di una missione ricevuta dal Cristo[9]. Accanto alla qualifica « nostro fratello », particolarissimo è il titolo « collaboratore di Dio ». Con la stessa radice greca[10] e utilizzando il participio, Paolo nella Seconda lettera ai Corinti 6,1 parlerà dei « collaboratori », collaboratori che, in questo contesto sono collaboratori di Dio. E qui questi collaboratori di Dio sono Paolo stesso e coloro che si impegnano con lui nell’annuncio della buona notizia del Cristo, la buona notizia che ha la sua sorgente in Dio[11]. Infine, davanti all’espressione « collaboratore di Dio nel [predicare] il vangelo di Cristo », come non pensare alle ultime frasi del Vangelo di Marco: « Il Signore Gesù, dopo aver parlato ai [discepoli], fu elevato al cielo e sedette alla destra di Dio. E i discepoli, partiti, predicarono dappertutto, mentre il Signore collaborava con loro e consolidava la parola con dei segni che la accompagnavano » (Marco 16,19-20). In quest’ultima frase del Vangelo noi abbiamo, attribuito a Dio, lo stesso participio che Paolo utilizza a proposito di Timoteo[12]. È il momento di concludere. Il Corano e il Nuovo Testamento ci domandano di impegnarci « [nel cammino che porta] a Dio » e di collaborare con Dio « perché nessuno vacilli nelle tribolazioni », le tribolazioni che accompagnano ogni persona nella sua vita. Impegniamoci dunque su questo cammino. E noi saremo insieme, in questo progetto di Dio, come collaboratori. [1] Così Si Hamza Boubakeur in Le Coran. Traduction française et commentaire, Maisonneuve & Larose, Paris, 1995, p. 202. [2] Cf. Abû Ja‘far Muhammad Ibn Jarîr at-Tabarî, Commentaire du Coran. Abrégé, traduit et annoté par P. Godé, Éditions d’art les heures claires, Paris, 1986, tome III, p. 89. [3] Così Boubakeur, Op. cit., p. 231. [4] « I miei aiutanti », « ançârî » in arabo. Per questa parola araba cf. A. Godin – R. Foehrlé, Coran thématique. Classification thématique des versets du Saint Coran, sous la direction de A. Cherifi Alaoui, Éditions Al Qalam, Paris, 2004, p. 342, alla voce « auxiliaires ». [5] Cf. Abû Ja‘far Muhammad Ibn Jarîr at-Tabarî, Op. cit., p. 95. [6] Questa decisione come conseguenza di un messaggio ricevuto da Dio ci è raccontata negli Atti degli apostoli 16,9ss. [7] Cf. G. Barbaglio, Le lettere di Paolo. Traduzione e commento. Volume 1, Borla, Roma, 1980, p. 82s. [8] Per le diverse varianti nel testo greco, cf. A Textual Commentary on the Greek New Testament, by B. M. Metzger, United Bible Societies, London – New York, 1971, p. 631. [9] Ainsi S. Légasse, Les Épîtres de Paul aux Thessaloniciens, Cerf, Paris, 1999, p. 179s. [10] Per questa radice greca, cf. G. Bertram, « sunergos ktl. » in Grande lessico del Nuovo Testamento, fondato da G. Kittel, continuato da G. Friedrich, Vol. XIII, Paideia, Brescia, 1981, coll. 199ss. [11] Cf. F. Bianchini, Seconda lettera ai Corinzi. Introduzione, traduzione e commento, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano), 2015, p. 124. [12] Per la relazione tra 1 Tm 3,2 e Mc 16,20, cf. E. von Dobschütz, Die Thessalonicher-Briefe, Vandenhoeck & Ruprecht, Göttingen, 1974, p. 131. di Renzo Petraglio