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    Sognare una Chiesa sinodale con il progetto delle «reti»

    «Dare un’anima alla pastorale e una concretezza alla spiritualità»: potrebbe essere questo, in estrema sintesi, l’obiettivo che la diocesi di Lugano intende raggiungere attraverso il progetto delle zone-reti pastorali. A dirlo è don Sergio Carettoni, che di questo percorso è il coordinatore. Settimana scorsa, dalle pagine di Catholica, vi avevamo anticipato, attraverso le parole dell’addetto stampa della diocesi, Luca Montagner, alcuni dei contenuti di questo processo fortemente auspicato da mons. Lazzeri per dare un nuovo impulso, addirittura un nuovo volto, alla pastorale della diocesi. Oggi, con don Sergio, vi ritorniamo, chiedendogli di volerci spiegare un po’ più nel dettaglio, di che cosa si tratta. «Più che di un processo, si tratta di un percorso. Un percorso che nasce dalla base, dal territorio, dai preti. Non, quindi, imposto dall’alto ma nato dall’ascolto attento e puntuale che mons. Lazzeri sta portando avanti nel corso di questi anni». Innanzitutto sono state individuate 24 zone o reti pastorali e nominato, per ogni zona, un animatore pastorale, designato dai parroci, a cui verranno affiancati anche due laici. Il 28 ottobre scorso, il vescovo ha per la prima volta incontrato i 24 animatori pastorali che insieme danno vita al “Tavolo 24”: anche questa una nuova modalità di incontrarsi e di riflettere, tutti insieme, intorno appunto, ad un tavolo. A loro mons. vescovo ha chiesto alcune cose molto concrete da attuare nelle singole reti: pregare insieme e per i propri preti; coltivare le relazioni interpersonali; promuovere momenti di condivisione dei pasti; riflettere insieme su quanto vivono nel quotidiano.

    Ma quali sono gli obiettivi che attraverso questa suddivisione del territorio in 24 zone o reti, si spera di ottenere? «Il primo traguardo è quello di evidenziare tutto quello che già esiste nel territorio della diocesi. Di tracciare una mappatura pastorale dell’esistente. La seconda cosa: condividere questa mappa per creare una sorta di contagio positivo che coinvolge anche i laici. E infine, gradualmente, portare avanti insieme – vescovo, preti e laici – un sogno condiviso di Chiesa».

    Dalle sue parole, don Carettoni, emerge anche una grande attenzione ai termini che vengono usati... «Sì, è vero. C’è stata tanta attenzione nel coniare nuove denominazioni. “Tavolo 24”, per esempio, ci è sembrato un bel termine, molto familiare e per nulla burocratico, per chiamare il gruppo di lavoro degli animatori pastorali. Inoltre stiamo valutando di creare un vocabolarietto sulle zone pastorali. Perché oggi c’è davvero il rischio di usare un linguaggio che la gente non riesce più a capire».

    In che cosa consisterà concretamente il lavoro di questi gruppi? Gruppi che, probabilmente, saranno – anche solo per la loro posizione geografica – molto diversi tra di loro… «Certo, saranno molto diversi! Ma ciascuno narrerà le proprie esperienze, storie, tentativi di essere Chiesa oggi e la propria tipicità territoriale, perché possano venir inseriti in una circolazione di idee, di riflessioni e condivisi e arricchiti dalle illuminazioni spirituali del vescovo e le prese di coscienza pastorali di preti e laici. Tutto questo preso insieme, creerà una fusione che diventerà una rete. Una rete che non si creerà solo in base alla vicinanza territoriale, ma anche a quella tematica. Due, tre parrocchie vicine potranno fare il corso fidanzati insieme, per esempio. Ma il collegamento può avvenire anche rispetto ai temi che si trattano o alle modalità di metterli in atto contemporaneamente in punti diversi della diocesi, come ad esempio gli oratori per ragazzi».

    Se il termine «zona» è di immediata comprensione, «rete» è già più complesso. C’è la rete dei pescatori, quella che separa il dentro dal fuori, e quella web che oggi, in particolare, collega universalmente ogni punto della terra all’altro. A quale avete pensato in particolare? «Rete è una parola bella, che affascina perché raccoglie. Ma le maglie della rete lasciano anche sfilare, lasciano andare. Quindi nel gesto del raccogliere, ci sono anche cose che devono essere lasciate andare, che scivolano attraverso le maglie. Occorrerà capire che cosa lasciar andare e che cosa tenere dentro il nostro sogno di Chiesa. Ci troviamo ora, nel bel mezzo di un cammino avviato, che nel settembre del 2020 avrà la sua prossima scadenza. Ora di allora, tutti e 24 gli animatori si ritroveranno al Tavolo 24 per condividere quanto accade all’interno del proprio territorio e presentare concreti criteri per il coinvolgimento dei laici».

    24 animatori per 24 zone

    La riorganizzazione pastorale della diocesi, iniziata alcuni anni fa da mons. Valerio e portata avanti insieme ad un gruppo di lavoro di cui facevano parte don Marco Dania, don Emanuele di Marco, don Jean- Luc Farine, don Italo Molinaro, don Claudio Mottini e don Nicola Zanini, sta procedendo in maniera spedita, mettendo in luce tutto il suo potenziale di novità. Ad oggi sono state individuate 24 zone o reti pastorali e sono stati scelti, su segnalazione dei parroci, altrettanti animatori pastorali: 24 preti. Uno per ogni zona. A loro è stata affidata la responsabilità pastorale dei preti della propria zona e lo scorso 28 ottobre, mons. vescovo li ha incontrati per la prima volta. A loro verranno ora affiancati anche due laici per zona –uomini e/o donne- con cui collaborare secondo il duplice criterio della sinodalità e della corresponsabilità. Il che porterà la diocesi a poter contare su un nucleo forte di una cinquantina di persone formate e motivate, che si troveranno a lavorare insieme per la Chiesa-comunione, come la costituzione conciliare «Lumen Gentium» ha definito questo modo di sentire ed essere Chiesa che riprende la più antica tradizione apostolica e prevede una più intensa corresponsabilità e unità tra i battezzati.

    Corinne Zaugg

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