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    Sulla poesia di Carlo Betocchi: Fede e carità, l’essenza della vita

    Prosegue, con questa terza puntata, la rubrica curata da Gilberto Isella, e dedicata alla conoscenza di alcuni autori ispiratisi nelle loro opere a valori della fede e al pensiero cristiano. Frequentatore degli ermetici fiorentini, ma distante da loro per concezione poetica e stile, Carlo Betocchi (1899-1986) pubblica la sua prima raccolta nel 1932, Realtà vince il sogno, imponendo siall’attenzione di lettori e critici. Ne usciranno in seguito altre e altrettanto significative, fino a Poesie del sabato, 1980, dove il poeta incontra il pensiero di Einstein. La freschezza e l’intensità espressiva dei versi di Betocchi, scevri da velleità sperimentali e da intellettualismi, ha arricchito sensibilmente il panorama letterario italiano del Novecento. L’amore per la vita e lo stupore che essa suscita, la contemplazione di un creato in continuo divenire, il sentimento della presenza divina nelle cose e circostanze più umili sono i temi centrali del suo lavoro. «Ero giovane» diceva a un suo amico, «ed affascinato dalla rivelazione della vita, e dalla mia stessa inconsapevolezza, che ne pareggiava la misteriosità». Ricordiamo anche che Betocchi, insieme a Bargellini, fu il fondatore della rivista culturale cattolica Il Frontespizio, nel 1928. Alcuni componimenti si propongono di indagare il suo animo problematico. Di particolare rilievo è Di me stesso, datato 1957. «Conosci te stesso » esortava il celebre oracolo delfico, scaduto in seguito a luogo comune. Betocchi dubita che si possa conseguire l’autoconsapevolezza limitandosi a frugare nel proprio io. Lo sguardointrospettivodell’uomo,per eccesso o per difetto («un poco di più, un poco di meno»), manca sempre la verità. Questa risiede piuttosto nell’atto coraggioso di mettere in pratica le due virtù teologali che ci invitano a guardare oltre i confini della nostra persona. Sono la fede nell’Altro e la carità in quanto amore e apertura incondizionata. È in tal modo che si rivela l’essenza dell’esistere. Occorre dunque confrontarsi con il fuori, soprattutto con gli elementi archetipici della natura come l’acqua e il fuoco. Il fiume ci insegna che il vero, ossia quel «giusto mezzo» introvabile nell’ego, sta nella mescolanza di spinte opposte e complementari: tranquillità e irruenza, rispettivamente l’acqua «delle rive» e l’acqua «della corrente». Ma è forse il fuoco a esprimere al meglio la verità, poiché in esso riconosciamo tratti che riguardano anche noi. Come noi, infatti, il fuoco è sottomesso al tempo. A lungo divampa, poi fatalmente si estingue lasciandosi dietro «grigia e impalpabile cenere». È il memento mori, quando pervasi da un condiviso sentimento della fine, natura e uomo si associano in una preghiera costante e irrefrenabile, rivolta all’«Iddio » creatore del tutto. «Un poco di più, e sbaglio» Un poco di più, e sbaglio: un po’ di meno, e non son più io: nel giusto mezzo? Ahi, non c’è verità. C’è verità nel coraggio di credere e d’esistere, e dentro il fiore della carità. C’è nel fiume, che mena l’acqua, tutta, la fievole delle rive, e la violenta della corrente: e nel fuoco, fiamma e faville, e grigia impalpabile cenere che, dal suo letto spento, fredda, prega e riprega Iddio. di Gilberto Isella

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