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  • "Ho imparato l'unica cosa che conta davvero: custodire mia moglie nella malattia"

    Lei, per stessa ammissione del marito, ha ormai «solo il sorriso» (e gli occhi, bellissimi, di una luce intensa), lui ha quella capacità in pochissime parole di disvelarti un mondo, il suo e quello di Cristina. Poi gli scappa un «quando noi ci siamo ammalati» e lì capisci tutto, capisci da dove deriva quell’energia, quell’incontenibile sensazione di stare davanti a un Mistero più grande. È il 2011, a soli tre anni dal matrimonio, e a Cristina Maracci, oggi 50 anni, di Bardello, in provincia di Varese, viene fatta una diagnosi nefasta. «I primi tre anni di matrimonio sono stati attraversati da un desiderio: volevamo un figlio. Invece è arrivata la SLA», racconta Guglielmo Bianco, il marito. Da allora la malattia di lei è diventata la sua: una quotidianità sconvolta, ma anche l’opportunità di vivere in modo nuovo la vocazione matrimoniale. «Pochi giorni dopo la diagnosi fatta a Cristina, ho partecipato al pellegrinaggio tra Macerata e Loreto; il motto quell’anno era: non chiedere a Dio un miracolo, ma la possibilità di un cammino. Per me è stato profetico», prosegue Guglielmo. Cresciuti entrambi nel contesto di Comunione e Liberazione, Guglielmo e Cristina hanno dato un senso profondamente spirituale alla loro situazione: «La fragilità di Cristina mi ha ricordato quella della Madonna. Da allora prego san Giuseppe per sapere cosa fare». Poi quando ti raccontano di come vivono, non ti parlano di fatica e sconforto – a volte comunque innegabili – ma soprattutto di amicizia e condivisione: «Si sente spesso dire, nella nostra società, che la gente sia individualista. Noi abbiamo sperimentato tutt’altro: c’è un’infinità di persone disposte al bene». E il pensiero corre a quelle centinaia di persone che oggi per la coppia sono un punto di riferimento: «La solitudine – sottolinea Guglielmo – è il male peggiore. Per questo se c’è un invito che ci sentiamo di fare a chi come noi attraversa momenti simili, è quello di cercare aiuto». Loro l’aiuto, in realtà, sottolineano, non l’hanno cercato ma è arrivato, «come un dono». Basti pensare che erano ben in 600 gli amici presenti all’ultimo compleanno di Cristina. Tra di loro anche tanti sacerdoti, segno per Guglielmo e Cristina che «la Chiesa ci ama». Mentre il marito parla, Cristina a volte si commuove e una lacrima attraversa la sua guancia. Lei non può più parlare, e Guglielmo le presta la sua voce. «Oggi si parla tanto del fine vita, si fanno teorie, ma la situazione di Cristina insegna con l’esperienza che il punto non è come morire, ma come vivere bene ogni istante. La vita prima di tutto, vissuta nel segno di amore, speranza e felicità, le tre parole più amate da mia moglie ». «Non mi potrei immaginare una vita diversa da quella che abbiamo », conclude. «Se non mollo è perché so che fa bene anzitutto a me questa situazione. Sto imparando l’unica cosa che conta davvero: custodire mia moglie». La loro storia è raccontata anche nel libro «Innamorati della vita» (Edizioni Ares, 2020).

    Laura Quadri

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