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    «Monache in cammino»: la pubblicazione della ticinese Lena Matasci presentata alla biblioteca Salita dei Frati

    di Laura Quadri

    Una ricerca antropologica ed etnografica sui monasteri, a partire da alcune comunità religiose femminili del Canton Friborgo, per interrogarsi soprattutto su una domanda e cercare di rispondervi con gli strumenti della ricerca accademica: cosa rende felice le monache? Dove sta il segreto dei loro volti sereni e luminosi? La risposta - afferma nel suo libro, «Moniales en chemin» (ed. Institut d’ethnologie, Neuchâtel), la giovane ricercatrice ticinese Lena Matasci - può essere formulata scientificamente. Si può cioè scientificamente raccogliere una serie di dati, che letti assieme costituiscono il nucleo forte di ciò che rende una monaca, di fatto, una donna profondamente realizzata, presente a sé stessa e al mondo, interconnessa nonostante la clausura (o forse proprio grazie ad essa) con la società circostante, «in risonanza» con il proprio mondo.
    Per comprendere a fondo quanto le monache vivano in «risonanza» con il mondo Matasci, come da lei stesso spiegato alla Biblioteca Salita dei Frati di Lugano martedì scorso, si è totalmente immersa tra le claustrali, ottenendo il permesso di trascorrere diverse settimane a fianco di monache di comunità diverse. I ricordi di quei momenti condivisi sono ancora vividi: «Sia come antropologa che per la mia persona, le monache mi hanno dato tantissimo», ammette. «Molti mi chiedono perché ho scelto proprio il monastero quale oggetto di studio. In realtà è nato tutto un po’ per caso già durante il periodo del bachelor. L’unica cosa che sapevo è che volevo fare un’immersione totale nel mio soggetto di ricerca, interessandomi a un microcosmo con un ordine sociale a sé dove tutto potesse meravigliare». Tuttavia, presto, l’oggetto di ricerca scelto un po’ «per caso», inizia a intrigarla profondamente: «Guardavo i visi delle monache che avevo conosciuto, così diversi da quelli che si incontrano per strada, visi che erano specchio del benessere interiore. Da qui è nata l’idea: occuparsi anche in ambito accademico della felicità delle monache, anche perché si trattava di un ambito a cui nessuno finora si era dedicato». Il metodo? «Diverse interviste, analisi dei documenti sulla vita consacrata, delle regole monastiche ma soprattutto il contatto diretto, la condivisione della quotidianità». Una fase importante della ricerca ha riguardato, rivela la ricercatrice, l’analisi del rapporto con il «tempo» in monastero: «Sono le testimonianze delle monache stesse ad avermi svelato cosa sia per loro il tempo. Una di loro, come riportato nel libro, mi ha ad esempio confidato che per lei il tempo non esiste: non c’è che il momento presente, quell’istante in cui è vicina a Dio. Come dice San Bernardo: “Carpe aeternitatem in momento”. L’eternità non è all’orizzonte, ma in profondità. Così ogni gesto - mi hanno spiegato- diventa preghiera». Da qui la riscoperta della clausura: «I limiti della clausura non sono debilitanti ma abilitanti, il limite non nuoce al sentimento di libertà, ben al contrario!».

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