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  • Uno sguardo all’«Economia vegetale» imparando a coniugare flessibilità e solidità

    di Cristina Uguccioni

    Possono le piante insegnare qualcosa di decisivo all’economia? Sì. Lo sostiene un economista di vaglia, Luigino Bruni, in un brillante, persuasivo volume intitolato «Economia vegetale» (Aboca Edizioni, 2024, 147 pagine). Bruni, docente di economia politica all’università Lumsa, è presidente della Scuola di Economia Civile e direttore scientifico di «The Economy of Francesco», l’importante movimento promosso da papa Francesco. La grande impresa capitalistica generata dal modello nordico e degli Stati Uniti nel XIX e XX secolo - osserva Bruni - «si è strutturata sul modello animale: una forte divisione del lavoro e un ordine gerarchico interno. Questa governance ha consentito al business di crescere rapidamente e di correre molto, di spostarsi in cerca di opportunità, di reagire agli stimoli e ai cambiamenti degli ambienti, di diventare l’organismo di maggiore successo». Ma questo modello dominante di business «è ormai obsoleto». Nell’era dei beni comuni (tra cui le risorse naturali) nella quale siamo entrati, il paradigma capitalistico che ha dominato in Occidente negli ultimi due secoli si è rilevato improvvisamente un «re nudo» di fronte alla profonda crisi ambientale.

    Serve un diverso paradigma: Bruni propone quello vegetale, visto come «l’indicazione di un cammino da iniziare di fronte a un bivio decisivo». Perché adottare il paradigma vegetale è la strada giusta? Le piante sono organismi in grado di coniugare flessibilità e solidità. Ad esempio, le piante non hanno organi preposti a specifiche funzioni: occhi, orecchi, fegato, cuore e così via. Non li posseggono perché essi costituirebbero punti deboli: attaccando un organo vitale si farebbe morire la pianta. Invece si può rimuovere il 70% di una pianta senza causarne la morte: ciò è possibile perché, non potendosi difendere scappando, le piante si sono evolute diffondendo nell’intero loro corpo quelle funzioni che gli esseri umani e gli animali concentrano nei singoli organi.

    Esse sentono, vedono, respirano, risolvono problemi con tutto il corpo. E comunicano anche tra loro: si scambiano informazioni e per sopravvivere hanno sviluppato rapporti di mutualità con il bosco nel quale vivono. Cosa cambierebbe dunque in un’impresa o in un’organizzazione che volesse iniziare una transizione verso il paradigma vegetale? Bruni offre alcune «suggestioni». Ad esempio, scrive: «La metafora vegetale consentirebbe quella sussidiarietà manageriale di cui si sente oggi il bisogno per valorizzare la creatività, la fidelizzazione e la soddisfazione dei dipendenti. Immaginare l’azienda come una pianta favorirebbe una narrazione sussidiaria che sia anche concreta, dove ai lavoratori è affidata la prima responsabilità del loro gruppo di lavoro con un coordinamento non gerarchico, e il manager superiore gerarchico interviene in caso di conflitto o di evidenti inefficienze». Inoltre, «La misurazione e la valutazione dell’impatto ambientale sarebbero molto più efficaci in una visione vegetale, dove l’azienda si pensa come parte di un ecosistema con cui interagisce continuamente, con rapporti cooperativi e altri simbiotici».

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