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    Don Ulisse e quella Chiesa accogliente che dà voce alle storie degli "scartati"

    «Ama questa Chiesa. Nel mio cestino la Sua voce» è il titolo del nuovo romanzo firmato da don Sergio Carettoni e pubblicato lo scorso dicembre da Edizioni M.E.I. Al suo interno 40 capitoli contenenti altrettante storie: sono storie di personaggi che si sentono «scartati» dalla Chiesa – da qui l’immagine del cestino in copertina – per delle scelte che hanno fatto o subito. Il libro è il primo di una trilogia nella quale don Sergio accompagna il lettore in una visione di Chiesa prima individuale, basata sulla relazione umana, poi comunitaria (nel II volume «Archeologia del futuro» pubblicato a gennaio) e infine sinodale (nell’ultimo volume in uscita a febbraio).

    di Silvia Guggiari

    Nel primo romanzo, il lettore scopre la storia di 40 personaggi che, uno dopo l’altro, entrano in Chiesa ed incontrano il parroco don Ulisse e lui accoglie queste storie, le custodisce, le consola con umana empatia. In ogni capitolo si sviluppa un incontro a tre tra la voce di un vissuto di dolore o di smarrimento, una voce interiore di questo don e la voce di Dio, definito «Colui che ama per primo».

    Don Sergio, questo è un libro che ci offre una visione di una Chiesa accogliente, aperta e mai giudicante, ma è l’immagine di una Chiesa reale?

    «Si, è una Chiesa che esiste sul serio, esiste nella dimensione della relazione. Il personaggio di don Ulisse, che potrebbe essere qualsiasi persona in ambito di Chiesa, una religiosa, un catechista, un animatore, accoglie i pezzetti delle storie di tante persone: questa attenzione e questa prossimità la vedo anche nella Chiesa reale fatta di persone che si mettono in ascolto nella relazione umana».

    Ma chi è don Ulisse?

    «Non mi sono ispirato a un personaggio reale. Ulisse è metafora di una persona che viaggia, che parte per la conquista della città di Troia e poi vaga per decenni per tornare alla sua Itaca. E anche il nostro Ulisse è una persona che sta compiendo un viaggio nell’umanità ferita, nelle storie delle persone. Don Ulisse torna storia per storia e cerca di ricostruire questa possibilità di un contatto tra quella persona che magari non ha scelto la sua ferita e proporre un sentiero di misericordia e di liberazione».

    E gli «scartati» chi sono?

    «Sono storie di persone concrete e di tutti i tipi, che ho incontrato nella mia vita di prete o che mi sono state riportate».

    In queste 40 storie si ritrova un elemento comune, ovvero quello che tutti desiderano scollarsi di dosso le etichette che spesso vengono messe ad ognuno di noi…

    «Esattamente. I personaggi arrivano da don Ulisse con questa richiesta, ed è molto bello che il sacerdote cerca di trovare dentro quella storia la vera voce che è quella di un Dio che ama. E anche la Chiesa è chiamata a fare questo, ad accogliere, senza giustificare quelle che sono le scelte soggettive. Non dimentichiamo che Gesù è il primo scartato della storia ».

    Alla fine di ogni capitolo, don Ulisse scrive su un foglio una parola per poi gettarla nel cestino della carta. Qual è il senso di questo gesto?

    «Don Ulisse riassume quella persona, quella narrazione, quel vissuto in un’espressione, in una parola. Ma il pezzettino di carta non serve più, perché lui ha incontrato quella persona e dentro quel vissuto ha sentito tutta la passione dell’umano, ha sentito anche la voce di Colui che ama».

    Sembra però utopico che nel 2026 tante persone che si sentono scoraggiate, ferite dalla vita ed escluse dalla Chiesa vadano a cercare un prete per confidare la loro sofferenza…

    «Di queste 40 storie, magari in chiesa ne arrivano 10, e le altre 30 siamo noi a doverle andare a cercare. Per incontrare le storie spesso è necessario essere Chiesa in uscita ed è proprio quello che ho voluto far emergere con il secondo e terzo romanzo».

    Quando è nato il progetto della trilogia?

    “La realizzazione è stata molto veloce: ho iniziato a scrivere dopo l’estate; li ho pensati tutti e tre poi mi sono dedicato di più al primo, poi al secondo, e adesso è in chiusura al terzo. La stesura è stata veloce, ma sono anni e anni che con gli occhi e le orecchie vedo, sento, rifletto e partecipo a tante di queste situazioni”.

    Questo libro invita ad amare questa Chiesa così come è, ferita, contraddittoria e a volte un po' deludente. Dove passa il confine tra l'amore evangelico e la complicità silenziosa?

    “Dio si è incarnato non solo nel gruppo dei santi, si è incarnato nell'umanità così com'è con persone buone e meno buone, aperte a una relazione nuova con Dio oppure chiuse in se stessa. Quindi il punto di partenza è proprio quello di dire che ogni persona che vive la sua fede, la sua relazione con Gesù, è un prolungamento di questa incarnazione nel contesto storico culturale, sociale che vive. È Dio che va al di là del suo confine e cerca la persona indipendentemente dai suoi meriti e delle sue predisposizioni. Nel primo romanzo non ci sono domande costruite, c'è la sensibilità del lettore che viene accesa o resta indifferente, come purtroppo resta indifferente nella vita. In questo testo stupisce vedere come la Chiesa intercetta l'umano nei cestini della storia. Laddove Dio è stato il primo a tuffarsi dentro”.

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